Tom Waits Bad As Me

Tom Waits Bad As Me Recensione

Fra i dischi più attesi del 2011 “Bad As Me” è probabilmente quello in grado di sbaragliare l’intera concorrenza. Tom Waits torna con un album d’inediti (il monumentale “Orphans” era una raccolta di vecchio materiale) a sette anni di distanza dal ‘rumorista’ “Real Gone“, e lo fa con il suo miglior lavoro dai tempi di “Mule Variations” (1999). Interessante notare la circolarità di quest’ultima fase della carriera artistica del musicista di Pomona; l’LP uscito allo scadere dello scorso Millennio segnava il suo ritorno dopo alcuni anni di silenzio assoluto, almeno a livello musicale; “Bad As Me” suggellerà, forse, la clamorosa chiusura di un decennio straordinario per un artista che avrebbe comunque scritto una pagina importantissima nella storia del rock anche se si fosse fermato ai dischi degli anni Ottanta. Difficile ipotizzare i prossimi passi di un tipo come lui: potrebbe ritirarsi a restaurare auto d’epoca.

Torniamo però al presente e a “Bad As Me”. Due sono le cose che colpiscono immediatamente: l’estrema brevità rispetto agli ultimi standard di Waits (appena 44 minuti di durata) e il netto scarto stilistico che lo allontana dalle atmosfere distorte di “Real Gone”. Rimangono alcune rock song destrutturate care a Tom, ma la maggioranza del materiale è costituita da ballad e semi ballad di una devastante bellezza. E, dopo anni di oblio, il Nostro recupera persino il suo profilo notturno, fumoso e alcolico che lo fece conoscere negli anni Settanta. “Talking At The Same Time“, in cui piano, tromba, sassofono e trombone dipingono sfondi jazzati, potrebbe provenire da “Heartattack And Wine” (1980), mentre il contrabbasso delicato in “Kiss Me” richiama addirittura i night club profondi di “Nightawks At The Diner” (1975). Ma, nel complesso, “Bad As Me” non si limita a questo: è una sorta di ‘panopticon’ che getta sguardi attraverso quarant’anni di creazioni: i fiati dell’apripista “Chicago” mirano ad “Hang On St. Christopher” (da “Franks Wild Years“, 1987), l’organo di “Raised Right Men” indica “Swordfishtrombones” (1983), e così via. E in tutto questo sono presenti alcune delle più belle canzoni mai scritte dal cantautore californiano, oltre a quelle già citate: la dolente miniatura “Last Leaf“, in cui Keith Richards non si limita a suonare la chitarra ma duetta alla voce; il rockabilly fiatistico di “Get Lost“; la dolcissima e, allo stesso tempo, dilaniante ballata “Pay Me“, con violino e fisarmonica che rievocano la micidiale nostalgia di “Innocent When You Dream” (sempre da “Franks Wild Years”). In un ambiente del genere risalta atrocemente lo squarcio da serial killer di “Hell Broke Luce“, l’apice della violenza e dell’apocalisse, riscrittura in senso quasi espressionista di “Goin’ Out West” (“Bone Machine“, 1992), rock degli inferi corroso dall’acido che può inoltre contare su uno dei testi ‘antimilitaristi’ più efficaci di sempre, quasi al livello del Céline di “Viaggio al temine della notte”. Ennesima dimostrazione che Tom Waits non è solo un grande musicista ma anche un grande scrittore di testi.

Molti gli ospiti prestigiosi: oltre al già citato Richards sono della partita Flea, Les Claypool, Charlie Musselwhite, sassofonisti e trombettisti assortiti, etc. Ma questo è uno dei rari casi in cui il tutto è davvero superiore alla somma delle parti. Rispetto a molti suoi predecessori, “Bad As Me” spicca per la sua semplicità. Forse questo è il suo maggior pregio. Disco indispensabile per tutti i fan di Tom Waits, il quale può ormai essere affiancato a nomi altisonanti come Bob Dylan e Neil Young senza timore di risultare eccessivi.

Stefano Masnaghetti

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