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Wild Beasts – Smother

Wild Beasts Smother

Chi era rimasto ammaliato dalla carica esplosiva di “Limbo Panto” e “Two dancers” non nasconderà sicuramente una certa sorpresa di fronte a questa repentina evoluzione artistica dei Wild Beasts.

Al loro terzo album, le bestie selvagge abbandonano i tratti inconfondibili del loro scatenato synth-pop per dedicarsi a trame melodiche decisamente più riflessive, impregnate di un lirismo emotivo che fino a poco tempo fa non sembrava confarsi allo spirito della band. L’ascolto di “Smother” necessita di una previa preparazione psicologica, in quanto si tratta di un lavoro che si distanzia nettamente dai precedenti, un album complesso e poco epidermico che cattura solo al suo quinto, forse sesto ascolto. A stupire maggiormente, la totale assenza di quei refrain accattivanti a cui aveva abituato il gruppo, che sembra ora voler mandare il messaggio “hey fino ad ora abbiamo cazzeggiato, ora facciamo sul serio!”. Niente falsetti schizoidi, niente brani “singolosi” a catalizzare all’istante l’attenzione dell’ascoltatore, ma bensì un ensemble melodico che si dispiega in tutta la su densa profondità ad ogni ascolto, riempiendo l’aria circostante di pura estasi poetica. Non ci sono mezze misure per definire “Smother”: i Wild Beasts hanno voluto azzardare, creando un’opera dai caratteri non facilmente interpretabili che vibra di intensità, discorrendo appassionatamente con la parte più viscerale dell’ascoltatore.

L’iniziale “Lion’s share” può essere considerata il manifesto di intenti della band, che forgia la sua più disarmante creatura. Il morbido falsetto di Hayden Torpe si erge cristallino sulla meravigliosa combinazione di piano e synth, in un crescendo emotivo che provoca brividi a non finire. C’é una grande, perfetta, malinconia nelle atmosfere del lavoro, una strisciante sensazione di insoddisfazione che si trascina per tutta la durata dell’album.  Le rarefazioni del sintetizzatore creano le basi per un art-pop dalle voluttuose citazioni electro, che si dischiudono raffinate nelle vibranti pulsioni di “Plaything” e nella magnifica fragilità di “Albatross”. La batteria continua poi ad essere strumento principe della band: che venga declinata nella sua variante più new wave (Bed of nails) o che assuma toni quasi esotici (Deeper), é lei l’artefice dell’impeccabile omogeneità del disco.

Con la conclusiva “End come to soon” si arriva poi al culmine della maestosità emotiva dell’opera, un capolavoro di travolgente commozione: provare per credere. Impossibile descrivere la complessa articolazione di un pezzo che sappia suscitare così bene i sentimenti più reconditi, che durante l’ascolto si gonfiano piano piano trasportati dalla meravigliosa catarsi falsetto-piano, esplodendo poi in tutta la loro fragorosità al sesto minuto.

Con questa coraggiosa svolta introspettiva, i Wild Beasts si sono assunti il rischio di deludere tutti quei fan un po’ superficialotti che vedevano nella spensieratezza caciarona i tratti distintivi della band. Quel che é certo é che però tutti coloro che sapranno cogliere le sfaccettature di questo meraviglioso album rimarranno definitivamente affascinati dall’impressionante capacità creativa della band: i Wild Beasts hanno dimostrato una volta per tutte di essere dei grandi forgiatori di pura poesia.

Valentina Lonati

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