Avenged Sevenfold – Palaverde, Treviso 7 giugno 2011

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Prima data estiva per gli Avenged Sevenfold al Palaverde di Treviso (Villorba, per essere precisi), l’unica nel Nord Italia (l’altra sarà infatti a Roma tra un paio di settimane), e la notizia principale è solo una: minime le differenze con lo show di Milano dello scorso autunno, per una scaletta che ha riportato solamente marginali variazioni nella sua durata di poco superiore ai 70 minuti.

Loro restano una band bellissima da vedere: sempre carichi e sorridenti (escludendo Synyster Gates che viaggia sempre sullo scazzato), look molto tamarro, si sparano le pose, sanno suonare e i cancelli di ferro sullo sfondo rendono la scenografia molto evocativa. Non emerge invece il nuovo batterista Arin Ilejay sul quale, pur essendo di fronte ad un talento indiscutibile, pesa l’ombra del semplice turnista del defunto The Rev. Si parlava della setlist: mezza è dedicata all’ultimo album Nightmare che, nella sua brevità, ha costretto a tagliare brani famosi come, nome a caso, Beast and the Harlot. Scelta discutibile, e non solo perché il tour di supporto sta passando per l’Europa per la seconda volta.

Il pubblico è quel che è: numeroso, anche se era lecito aspettarsi un po’ di persone in più, e composto per la maggior parte da ragazzini, ad un passo dalle ferie estive, pronti a vedere i loro idoli. Il tutto con i pregi e i difetti del caso. Dalla loro una fedeltà incondizionata nei confronti della band californiana, che li porta ad incitarli per tutto lo show e a chiamarli invano sul palco già un’ora e mezza prima dell’inizio delle danze: su quel punto di vista gli Avenged Sevenfold hanno i migliori fan che si possano avere, e lo stesso Matt Shadows lo ha più volte rimarcato in serata. Non si perdona però, alla YouTube Generation, un peccato madornale: il circle pit nella parte finale dello show, sul riff di Crossroads, ridotto ad un mucchio di gente che si spingeva manco fosse al concertino del gruppo punk degli amichetti all’oratorio, in un tragicomico scenario che, forse, resta l’unica macchia di un concerto breve ma intenso.

Nicola Lucchetta

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