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Blood Red Shoes, Bologna Covo Club 29 marzo 2014

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Freschi di pubblicazione del nuovo disco auto-intitolato, sabato 29 marzo 2014 i Blood Red Shoes si sono esibiti al Covo Club di Bologna per il primo dei due concerti che li hanno visti protagonisti in Italia.

Il compito e l’opportunità di aprire il live spetta agli Slaves, duo punk di Kent: chitarra e batteria da farti saltare dal posto, al di fuor di metafora. Il pavimento rimbalza al ritmo interminabile e sanguigno della batteria, mentre il suo manovratore al microfono urla con voce ferma e la chitarra, attestata sui giri di basso, fa da trave portate a racconti di risse tra donne, avvistamenti di Bigfoot e brughiere buie e tempestose. Scenari conditi da una scintilla di follia rilucente negli occhi di Isaac Holman, preso dalla sua danza del rullante, in una corsa su un futuristico tapirulant che lo vede comunque sempre in testa.
Chiuso il breve sipario, godibile e d’impatto, la scena attende solo loro, i due di Brighton, che senza molti fronzoli, guidati dalla torcia che attraverso il pubblico li restituisce al loro palco, introducono il concerto con il breve strumentale “Welcome Home”, traccia di apertura del nuovo capitolo discografico. Laura-Mary Carter ha l’aspetto pulito di una ragazzina, la chitarra a sgualcire una t-shirt fuori misura dei Led Zeppelin e una sensualità pericolosa solo quanto le sue dita sulla tastiera: pochi movimenti, ben ponderati, e il risultato soverchia. Non è una prima donna, non si contorce in gesti affettati, è l’oasi di salvezza delle frontwoman trucco e parrucco che affollano troppi palchi e classifiche odierne. E la sua semplicità ne raddoppia la potenza, finanche comunicativa. Anche Steven Ansell sembra un ragazzino, di quelli con la faccia angelica, i riccioli biondi, che celano una malizia sopita. Quel moto interiore è travasato nella sua batteria e parla di lui, batte da solo e univoco, si appropria dello spazio e lascia poco su cui dibattere.
Laura e Steven non sono sempre andati d’accordo. Solo nel 2012 si sono lasciati e presi – artisticamente parlando – per tre volte. Eppure, guardandoli sul palco, il loro connubio pare indissolubile: quando la voce di Laura si spezza, si frantuma in gemiti provocanti, trova sostegno nel compagno, una complementarietà puntuale dei mezzi in campo, non solo chitarra, batteria e due voci. Sono poche le occasioni in cui Steven permette a Laura di sovrastare musicalmente la scena, poche e mirate, che lei sfrutta con finezza da cecchino: è il caso di “An Animal”, dove per la prima volta si ha l’impressione che sia la batteria ad accompagnare i riff di chitarra. La voce sottile dei due è attutita dal fracasso orgiastico degli strumenti, risultando in sospiri e intimi affanni, rotti da ruggiti che paiono disperdersi nel vuoto, offrendo uno spettacolo dalla forza comunicativa anche a livello visivo, che tanto sposa quel “I can’t get no words out”, coro insistente di “Speech Coma”.

Garage rock, granitico, ethos punk con un passato di tour instancabile, i Blood Red Shoes non hanno offerto niente di meno (e niente di più) di quanto ci si aspettasse dalla band, in un live filato rapido secondo copione. Levati gli orpelli, restano sangue e sudore, come evoca il loro stesso nome.


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