George Benson – Arena Civica, Milano 20 luglio 2009

L’eccellenza passa per Milano. In occasione della rassegna estiva “Milano Jazzin’ Festival” George Benson fa tappa nella città meneghina per una data all’Arena Civica. Chitarrista elegante e raffinato, vincitore di 10 Grammy Award, si esibisce con una band davvero d’eccezione: Michael O’Neil alla chitarra e voce (ha lavorato con Stevie Wonder, Al Jarreau); Randy Waldman alle tastiere (Frank Sinatra, Barbra Streisand, Beyonce, Whitney Houston); Thom Hall alle tastiere (Earl Klugh); Janey Clewer al pianoforte a coda (Ray Charles, Harry Connick Jr.); Teddy Campbell alla batteria (Stevie Wonder, Herbie Hancock, Rod Stewart); David Garfield (Manhattan Transfer, Eros Ramazzotti, Michael Bolton); Stanley Banks (Chaka Khan, The Isley Brothers, Al Green).

La scenografia del palcoscenico è essenziale ed i sapienti giochi dell’impianto luci fanno risaltare il color del legno della batteria e delle chitarre Ibanez. Un piccolo ritardo rispetto al programma e lo spettacolo inizia con brani che danno maggior spazio alla vena più jazz di Benson. Ancora la chitarra in primo piano, ma questa volta con il tempo latino americano di “Mambo Inn”. Seguiranno quasi senza interruzione “Love X Love” e “Six To Four”. Un leggero calo d’intensità e groove, invece, arriva con i brani “Nothing’s Gonna Change My Love For You”, “In Your Eyes” e “Turn Your Love Around”. Un breve giro di note fa intuire l’arrivo di un classico di tutti i tempi: “Affirmation”. Ed ancora la cover dei Beatles “Golden Slumbers”.
La ripresa è affidata a “Nature Boy” ed una travolgente “Give Me The Night”, oltre a scatenare il pubblico ormai tutto in piedi per ballare, chiude la prima parte del concerto. Durante la pausa vengono presentati i componenti di questa fantastica band ed il bis ricomincia con il funk di “Never Give Up”. Si torna alle più morbide note “This Masquerade” e la serata viene chiusa con “On Broadway”, brano intramezzato dal solo di batteria di un tecnicamente preparatissimo Campbell.

Un concerto a dir poco superlativo che ha avuto tre momenti ben distinti: una prima parte marcatamente jazz, una parte centrale di lenti ed una finale più funkeggiante.
Musica ottima e suonata in maniera praticamente perfetta. Unico neo il suono dei fiati  prodotto con l’utilizzo dalle tastiere. Immaginate cosa sarebbe stato con una vera e propria sezione di ottoni.

Mattia Felletti

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