The Heavy Countdown #117: August Burns Red, Me and That Man, Pure Reason Revolution

August Burns Red – Guardians
Sia lode agli August Burns Red e al loro contributo nel metalcore contemporaneo. Un’affermazione tutt’altro che fuori luogo, da sempre, ma soprattutto oggi, a pochi giorni dalla pubblicazione di “Guardians”, un album che finalmente prova quanto questi ragazzoni americani non siano solo il non plus ultra della tecnica sopraffina (non sto neanche a citarvi un esempio particolare di guitarwork, perché tutti i pezzi di questa ultima opera sono esemplificativi), ma anche quanto abbiano trovato lo spazio e il coraggio per creare degli anthem, quelli veri (“Bones”, “Paramount” e “Lighthouse”) e che mancavano alla loro discografia, seppure eccelsa, senza per questo dimenticare da dove vengono (“The Narrative” e “Defender”). La chicca: la conclusiva “Three Fountains”, che declina le molteplici nature degli August Burns Red in un approccio più meditativo e malinconico.

Me and That Man – New Man, New Songs, Same Shit, Vol.1
Se il precedente “Songs of Love and Death” (2017) aveva brillantemente esposto un lato inedito ma al contempo molto convince di Adam “Nergal” Darski, la fatica numero 2 dei Me And That Man mette in mostra ancora più assi nella manica. Che sia una produzione di gran lunga migliore, o una carrellata di ospiti da paura (citiamo solo Corey Taylor, Rob Caggiano e Ihsahn), oppure ancora una maggiore inclinazione verso sonorità più rock ‘n’ roll e catchy (vedi “How Come?”), lo spirito da bluesman dannato alla Nick Cave o Tom Waits di Nergal non si disperde nel tentativo di strizzare l’occhio a un pubblico più vasto o ai fan duri e puri dei Behemoth (anche se la chiusa black metal di “Confession” sembrerebbe suggerire il contrario), dimostrando ancora una volta il valore artistico del musicista polacco anche al di fuori della band madre e il fatto che si potrà pur variare stile, e di brutto, ma senza per questo tradire la propria anima “nera” (in fondo, il blues non era prima di molte altre sonorità la musica del diavolo?).

Pure Reason Revolution – Eupnea
Dieci anni di silenzio, ma mai dimenticati. Ascoltando “Eupnea”, il nuovo full-length dei Pure Reason Revolution, arrivato dopo una lunghissima pausa di riflessione, è facile dare un senso profondo alla prima frase di questo paragrafo. Oltre a lasciare intendere quanto molti nuovi maestri del prog (rock e metal) contemporaneo siano debitori a questa band (uno su tutti, Daniel Tompkins), il quarto disco dei Nostri si posiziona tra le uscite alternative/prog rock più interessanti del 2020. Togliersi la ruggine dalla spalle e risultare rilevanti in un mondo completamente trasformato non è opera facile, ma in qualche modo, i Pure Reason Revolution ce l’hanno fatta, con un lavoro che fluisce spontaneo e naturale come l’atto stesso del respiro (l’eupnea, appunto), riavvicinandosi al sound originario del combo e poggiandosi al tempo stesso sulle solide fondamenta di strutture prog moderne, chitarre pesanti e intricate armonie vocali (“Silent Genesis” e “Maelstrom”).

Pigs Pigs Pigs Pigs Pigs Pigs Pigs – Viscerals
Puro istinto viscerale, come suggeriscono letteralmente titolo e copertina. Per i Pigs Pigs Pigs Pigs Pigs Pigs Pigs non esistono vie di mezzo. “Viscerals” è un mastodonte sporco, ruvido, tagliente, un’espressività che se proprio vogliamo incasellare da qualche parte, si trova a metà strada tra sludge, psych rock, hardcore punk (ma quello più fangoso alla Black Flag) e Black Sabbath (“Reducer”, tanto per citarne una). Insomma, il quintetto di Newcastle fa di tutto per non indorare la pillola, e ci tiene a ripeterlo spesso nel corso dell’album (tipo quel “I don’t feel a thing” reiterato e decisamente esplicativo in “New Body”).

Igorrr – Spirituality and Distortion
La follia rimane sempre il minimo comune denominatore degli Igorrr. “Spirituality and Distorsion”, come del resto il suo predecessore “Savage Sinusoid” (2017), non ha bisogno di troppi giri di parole per essere descritto. Più che un disco, l’ultima fatica di Gautier Serre e compagnia cantante è un vero e proprio trip acido, da affrontare a mente sgombra e senza andarci a trovare una logica sottesa, perché non esiste. Tra cammelli che ballano, capre maestre di kung-fu, un’ospitata di George “Corpsegrinder” Fisher (un altro che di follia se ne intende), breakcore, death e black metal, lirica, elettronica, techno, sonorità barocche, swing, melodie balcaniche e mediorentali, trip-hop e avanguardia, gli Igorrr riescono ancora nell’intento di spiazzare l’ascoltatore lasciandolo tramortito al suolo. Mica roba da tutti.