Cristiano Godano, voce dei Marlene Kuntz, racconta il suo primo album solista, Mi Ero Perso Il Cuore, un viaggio nei demoni della mente umana

Ho avuto la fortuna e il piacere di poter intervistare un’artista come Cristiano Godano per parlare con lui del suo album da solista “Mi Ero Perso IL Cuore”. Un lavoro struggente e sublime uscito a Giugno di quest’anno che racconta “i demoni della mente – Questo insieme di canzoni racconta nelle più svariate forme, tale sottomissione alla mente arresa o combattiva, e non teme di mostrarsi tanto intenso quanto fragile, tanto poetico quanto vulnerabile – E’ un disco che ha il coraggio della paura, perché esibisce questa tenera, autentica, poetica vulnerabilitàE il cuore, unica vera arma per uscirne, è destinato a soccombere, sperso in fondo al cumulo di ingannevoli messaggi e falsità. Cercarlo e ritrovarlo è il vaccino. E’ stata una bellissima chiacchierata ed è stato davvero istruttivo ed interessante sentire un disco raccontato dall’autore in maniera così, oserei dire, filosofica. Un lavoro che vi invito ad ascoltare e a coglierne gli aspetti più intimi di quello che sono gli aspetti della natura umana nel bene e nel male.

Disco bellissimo che ho ascoltato moltissime volte. Le sonorità e i testi, come sempre nel tuo caso, sono molto ricercati, sarà banale ma la prima cosa che mi è venuta in mente di chiederti è dove lo hai perso il cuore? Sempre se esiste un coinvolgimento biografico nel titolo dell’album.

Mi sa di no, è più una visione metafisica, non c’è un luogo e non c’è forse una data. Non c’è un quando preciso. E’ un divenire di esistenza che si trasforma e che ad un certo punto attraverso delle riflessioni, nei momenti più ricettivi della mia lucidità, è balenata questa sensazione che c’era questo inghippo e quindi ho detto mi ero perso il cuore. Non posso dire dove.

Leggendo una serie di interviste e leggendo quello che tu stesso hai scritto riguardo questo album mi viene da chiederti se hai dei demoni e quando vorresti liberartene e quando invece li vai a cercare? Esiste un momento in cui ti fanno quasi comodo?

Partendo da finale della domanda ti dico che ne farei volentieri a meno, può essere che io, al limite, possa rendermi conto che sono terreno fertile per la creatività. Raccontare situazioni legate a qualche tipologia di difficoltà è una specie di tratto del processo creativo di molti. E’ molto più facile imbattersi in grandi opere d’arte turbate che non in grandi opere d’arte che celebrano la gioia dell’esistenza. Si può anche pensare che possa essere spiacevole che le cose stiano così però se uno pensa alle grandi opere d’arte, in qualsiasi campo dell’espressione artistica umana, mi vengono in mente ambiti che presentano livelli di complessità. Rappresentare la serenità, rappresentare la gioia mi sembra, forse, meno intrigante. Mi viene in mente un cineasta come Frank Capra che era per antonomasia un’ottimista, lui ci riusciva ma era un’eccezione. Detto ciò, i demoni che combatto nel corso del mio disco e di cui parlo non hanno un gran fascino secondo me, sono esagerazioni di problematiche che possono riguardare gran parte delle persone al mondo e questo non è che sia una cosa sminuente però hanno anche molto a che fare con contingenze, con la praticità, con la quotidianità che però in un contesto di prevaricazione della mente, quando la mente comincia a vorticare e a edificare il tutto, diventano demoni giganteschi e difficili da allontanare. Torno alla fine della tua domanda e all’inizio della mia risposta e dico che ne farei volentieri a meno. Non li chiamerei mai.

 

Parlando proprio dei demoni di questo secolo, la depressione, e parlando del brano “Lamento Del Depresso” che, se ho compreso bene, racconta di questa condizione da una prospettiva diversa. Chi è accanto a chi ne soffre e a volte non riesce a comprendere la gravità della situazione. Pensi che in un momento come questo, dopo un lungo lock down, la depressione sia terribilmente peggiorata a livello universale? Quanto abbiamo lasciato indietro, quanto abbiamo perso e quanto di questo di questo velo depressivo è calato su di noi?

E’ una domanda complessa, dovrei dirti mandami una mail, ci rifletto e domani ti mando una risposta. Io ci provo. A me, istintivamente, mi viene da dire che il lock down, ovvero la pandemia, hanno favorito qualcosa che era già nell’aria, che stava già calando perché il mondo aveva preso una direzione difficile da gestire, ci sono veramente tantissimi problemi. Io li percepisco come tali, sento montare una formidabile tensione figlia di una frustrazione molto forte, purtroppo la frustrazione sociale che a sua volta è figlia di tante cause, probabilmente i sociologi sarebbero più bravi di me ad elencarle ma io di sicuro ne individuo due. Io penso, non so quanto sia condivisibile, che qualcosa sia connesso alla tecnologia e ad internet. Se uno si guarda un documentario del quale si sta parlando molto in questi giorni che si intitola “ Social dilemma” avrebbe la possibilità di capire un po’ meglio cosa intendo. Credo che internet e i social ci stiano portando da qualche parte, è dove vogliono loro. Il loro è un mix di teste pensanti, algoritmi, big data etc . L’altra causa, non so se arrivi prima o se arrivi dopo, se sono in connessione o meno ma è sicuramente la crisi di un modello socio-economico. Forse parte del capitalismo ma di sicuro sfocia nel liberalismo. In questo momento è in atto una controrivoluzione che origina dai sentimenti populisti, sovranisti che io temo tantissimo; il modello liberale, probabilmente, ha fallito qualcosa ed è giusto metterlo in discussione ma sicuramente non subendo le fake e tutto questo fomentare che viene inscenato proprio dalla politica. Una politica che non mi piace, quella populista, sovranista e purtroppo, ormai il termine è stato sdoganato e non c’è più paura ad usarlo, fascista. Questi sono, sicuramente, due elementi fra altri che, per me, fanno pensare che questa cappa depressiva sia già sopra le nostre teste da tempo. La pandemia forse l’ha resa più tangibile, magari adesso un po’ più di gente ci riflette sopra. Questa frustrazione di cui parlo è sul punto di esplodere credo.

Torniamo al disco. Il brano “ Ciò Che Sarò Io” che tra l’altro trovo un pezzo sublime…

Ne sono felice e ti abbraccio idealmente è il mio secondo preferito, Grazie.

In questo brano si parla della donna amata che va via, cambia città per motivi lavorativi e chi rimane ne sente un disperato bisogno. Potresti essere davvero così tanto dipendente da un amore in maniera così tanto poetica e forte?

Bisogna sempre avere la capacità di contestualizzare, il disco è la fotografia di uno stato di vulnerabilità particolarmente evidente che è figlio della prevaricazione della mente ai danni del cuore che crea questi danni che portano a stati di confusione anche di depressione o smarrimento. Nell’ambito di questo contesto vulnerabile ci sono queste due canzono che sono “Ciò Che Sarò Io” e “Ho Bisogno Di Te” che manifestano la chiara necessità del soggetto maschile, dell’io narrante di reclamare la presenza femminile considerata un rifugio. In condizioni non di tale vulnerabilità sarebbe, forse, un pelo meno pregnante la presenza femminile dal punto di vista di rifugio. Senza questa vulnerabilità non avrei scritto una canzone così densa, tanto è vero che nel corso del mio percorso artistico ho scritto altre canzoni che da altri punti di vista avevano la loro densità nell’ambito della relazione uomo donna. Queste due canzoni in particolare rappresentano un’esplosione di una dimensione struggente di questa tenerezza.

https://www.youtube.com/watch?v=MNh_zzdKpZ8&ab_channel=CristianoGodano

Ci sono due bellissimi brani che sono “Padre E Figlio” e “Figlio e Padre” dei quali mi piacerebbe conoscere l’interazione. Sono due brani che hanno un filo tra di loro (d’altronde, di certo, abbiamo che ognuno di noi è sicuramente figlio) e che hanno una tenerezza e un senso del pudore. Mi piacerebbe sentire dalla tua voce il racconto di queste due canzoni.

C’è stato del coraggio nell’essere un po’ spudorati nello smascheramento di sentimenti che in genere collochiamo nella sfera molto intima, molto privata. E’ inevitabile, a volte, che il processo creativo soprattutto quando a che fare con i versi, io scrivo canzoni non poesie ma ci sono affinità tra le canzoni e le poesie dal punto di vista tecnico, comunque quando il verso si fa lirico il poeta spesso si abbandona ad un racconto molto coraggioso con le sue vulnerabilità, con le sue difficoltà e quant’altro. Ero consapevole di questa condizione però credo di essere stato molto sostenuto dalle musiche. Penso in particolare a “Padre E Figlio” che ha un arpeggio molto lineare, molto semplice che vagamente ricorda le prime cose di Leonard Cohen negli anni ’70 e io, proprio da un punto di vista musicale, ero imprigionato dalla dimensione struggente e quindi le parole non hanno dovuto far altro che adeguarsi a questa cosa. “Figlio E Padre” è forse meno lacerante dal punto di vista musicale ma comunque anche lei mi ha condotto in queste zone di difficile equilibrio. Sono sempre stato un po’ parco nell’arrivare fino in fondo nello smascherare me stesso, cosa che ho sempre dichiarato e ho sempre cercato di partire dall’io per arrivare a qualcosa che fosse più condivisibile e anche un po’ più “ fraintendibile”. In queste due canzoni non è un tipo di operazione che ho voluto fare poi tutto il resto che forse a te piacerebbe sapere è meglio che io lo tenga per me e quindi è evidente che racconto frangenti di ambiti relazionali molto intimi che ci sono tra un padre e un figlio. Bisogna solo non cadere, penso e spero, nel fraintendimento. C’è comunque un motivo ben preciso per cui   una canzone si chiama “Padre E Figlio” e per cui quella dopo si chiama “Figlio E Padre”. C’è qualcosa che fa la differenza.

Ultimo brano dell’album è “Ma Il Cuore Batte” una bellissima ballata country che mi ha riportato nell’atmosfera dei primi dischi di Neil Young. Ho avuto l’impressione che chiuda questo viaggio musicale, questo racconto con positività e speranza. Quali sono le speranza racchiuse in questo brano?

Di sicuro la sensazione è giusta perché il testo dice che ilo cuore batte e non si ferma mai e a noi ci tocca sempre andare però quel ci tocca ci fa capire che c’è una specie di inerzia in tutto ciò. Il cuore batte e, chiaramente, nessuno desidera che il cuore smetta di battere però bisogna anche sperare che batta in un contesto positivo dove la vita si trasforma da negativa a positiva. Io non amo essere sforzatamente ottimista, non sempre sento la necessità di dare una dose di ottimismo per contro bilanciare un’ evidenza, se l’evidenza chiama un sano pessimismo credo che sia giusto mantenere il pessimismo. Non mi sento necessariamente costretto, per convenienza, per mettere a posto le cose, per fa sì che la gente sia in una comfort zone ad essere a tutti i costi ottimista. La vita sa essere spietata a volte, quindi non vedo perché si debba sempre e solo immaginare che alla fine andrà tutto bene, potrebbe non andare tutto bene. Nel caso specifico, comunque, mi piace pensare che questo pezzo dia una sensazione che ci si sia positività nella prosecuzione del battito del cuore e che grazie a ciò, poco alla volta, la vita possa tornare alla dimensione positiva. Il disco, quindi come dici tu, si chiude con una vena di speranza.

Vorrei farti una domanda che esula dal contesto musicale, ma non esula da chi è l’artista e il poliedrico personaggio che è Cristiano Godano. Tu fai tantissime cose tra le quali quella di essere docente all’università. Da artista, quindi da chi è stato duramente bloccato da questa pandemia, e da docente come vedi cambiato il domani di questi ragazzi e la didattica on line può essere davvero il futuro? Come mi hai anticipato le nuove tecnologie non sono sempre il massimo ma possono essere un valido aiuto.

Mi stai dando molto credito nella mia figura di insegnante e quindi presumi che io abbai avuto a che fare con la DAD ma non sono così sicuro di avere una risposta. Ogni anno sono ospite di un master a Milano dove faccio una docenza di pochi giorni molto pregni, molto densi e quest’anno la cosa è accaduta prima del lockdown e quindi ho avuto gli studenti in carne e ossa come sempre. Forse non sono in grado di risponderti, anche perché nei confronti della tecnologia, come si è compreso nella mia risposta di prima, ho una specie di visione ambivalente perchè nello specifico ho la sensazione che il mondo sia un po’ fottuto da internet per una serie di motivi molto difficili da sintetizzare qua, ne ho parlato in un articolo che scritto su Rolling Stones (Cristiano tiene una rubrica su Rolling Stones dal nome Elzevirus ndr).Ho qualche ritrosia nei confronti della tecnologia che prima di tutto, ovviamente, io considero miracolosa. Internet, prima di tutto, è un prodigio dell’avventura umana cioè è una pietra angolare fintanto che l’umanità ci sarà sul pianeta terra, lo speriamo ma bisogna stare attenti al clima, è successa una cosa importante, si studierà e da quel momento l’umanità non sarà più la stessa di prima. Detto ciò io credo ci siano grossi problemi all’orizzonte perché in questo momento la tecnologia ha favorito l’insorgenza di una forbice sociale che sta creando esattamente le frustrazioni delle quali parlavo prima: il 90% dell’umanità è povera contro il 10% dell’umanità che detiene tutte le ricchezze. Non è mai esistita sul pianeta terra una situazione così incredibilmente mastodontica per cui una serie di imprese che si chiamano Amazon, Instagram etc. etc. Stanno facendo un quantitativo di soldi come mai nessuna impresa al mondo aveva fatto in precedenza. Questo sta creando una serie di problemi che prima o poi potrebbero sfociare, quindi, la tecnologia è parte di tutto ciò. In internet tutto quello che noi facciamo è molto più gratis di quello che si spenderebbe, credo che tutti lo sappiano, e quindi per esempio, per i giornalisti è molto difficile farsi remunerare, per i musicisti è molto difficile farsi remunerare, ci saranno tanti lavori che saranno sostituiti dall’intelligenza artificiale e dai computer e non mi è ben chiaro come tutte queste forze lavorative che verranno meno potranno venire reimpiegate.

Parliamo di ciò che scrivi, curiosando in rete ho scoperto che durante il lockdown non ti sei messo al lavoro per un nuovo progetto letterario ma hai scritto delle poesie. Mi confermi?

Si, ne ho scritte in tutto quattro. Era solo per poter dire di qualcosa che ero riuscito a fare nella pandemia. Sono stato abbastanza frastornato dalla pandemia.

Hai lasciato entrare la poesia nella tua penna per questo senso di disorientamento della pandemia oppure l’avevi dentro e doveva solo uscire?

No, purtroppo è la prima delle due. Ho semplicemente cercato un modo che fosse bello e non banale di interagire con il pubblico attraverso i social durante la pandemia. Mi stavo rendendo conto che in tanti miei colleghi lo facevano, sono stato sospeso per alcune settimane, mi chiedevo se tutto ciò era una cosa che mi poteva interessare. Ho anche pensato ci fosse una specie di ebbrezza paracula nel raccontare alla gente “andrà tutto bene” e non mi piaceva molto la cosa, erano situazioni che non avevano a che fare con me. Poi ho trovato la mia via per mettermi in connessione con il nostro pubblico e il nostro pubblico ha molto gradito questa cosa perché poi nel corso del tempo e tutt’ora mi vengono incontro ai miei concerti e non dimenticano di ringraziarmi per come li ho intrattenuti durante le mie dirette, quindi quanto meno ho centrato un obiettivo. Desideravo farlo in una maniera che non fosse retorica e ad un certo punto, cercando la mia via, ho provato a scrivere due o tre poesie che poi ho girato in rete e che raccontavano da qualche punto di vista quello che stava accadendo. Non mi sembra, però, che sia uno slancio destinato a rimanifestarsi da qualche parte.

Noi come MA abbiamo lanciato l’hashtag #bringbackthemusic una campagna che faccia capire perché la musica è importante, perché la musica deve riavere il suo posto. Siamo tutti a corto di live, musicisti, addetti ai lavori e fruitori. Ovvio è che la musica rock non è soltanto vado al concerto e mi siedo c’è anche un bisogno, credo, di fisicità. Ci sono artisti che con album più intimi creano un’atmosfera che si gode piacevolmente anche da seduti. Tu partirai con un tour che seguirà tutte le disposizioni Covid e ascoltare il tuo lavoro sarà un piacere tutto da gustare. Qual è la tua idea riguardo?

Io non vorrei deluderti ma i concerti da seduto me li godo proprio tanto quando sono ascoltatore e per me è comunque musica a tutti gli effetti. Io non sento necessariamente il bisogno di esplodere quando vado ad un concerto a maggior ragione ora che ho 53 anni, anche se vado a vedere un concerto molto vigoroso dubito, in tutta onestà, di spingere per andare di sotto e saltare in mezzo alla gente, quindi, forse è deludente per te ma non mi sembra necessario esplodere ma questa, ovviamente, è solo la mia visione. Per quanto riguarda la necessità di muoversi con la gente e ballare tutti assieme è chiaro che manca tantissimo per chi ne ha bisogno. Adesso non si può e quindi se questa vitalità è necessaria per il proprio appagamento è chiaro che è complesso. Purtroppo non si sa quando ci sarà concesso di aggregarci nuovamente, ma d’altronde, credo anche che se ora ci venisse concesso, per ipotesi del tutto fantasiosa, di andare in uno stadio ad aggregarci tutti, io credo, che lo stadio rimarrebbe vuoto per più della metà perché la gente avrebbe paura a farlo. C’è una specie di corto circuito, da una parte i negazionisti, che mi permetto di dire che la trovo una situazione surreale, paradossale, grottesca ed incosciente. Ho visto Trump fare un comizio ed è tornato più vergognoso di prima, dire di fatto grosse stupidaggini e cose molto irresponsabili e aveva di fronte un aggregamento di persone tutte senza mascherina. Quel tipo di persone lì, probabilmente andrebbe ad un concerto dove tutti si accalcano ma sarebbero sicuramente la minoranza perché io vedo che la maggior parte della gente in giro la mascherina la mette e quelle persone, in questo momento, avrebbero paura ad andare ad ammassarsi. Io non so assolutamente dire cosa sta per succedere. Tutto dipenderà dal virus e da come verrà gestito. La gestione è molto strana e complessa, difficile, crea situazioni di malcontento, crea situazioni di dubbio che riesco a comprendere. Se è vero che tutto è così difficile chi sono io per poter dire cosa sta per accadere. Si può solo incrociare le dita.

Da novembre CRISTIANO GODANO presenterà live l’album solista “Mi ero perso il cuore(Ala Bianca Group / Warner Music)con un tour in tutta Italia.

Accompagnato da Luca Rossi (Üstmamò),anch’egli alla chitarra, coinvolgerà il pubblico in un’atmosfera intima, con l’obiettivo di dar vita ad uno spettacolo accogliente e confidenziale in cui i brani del nuovo album si incontrano con le cover e i classici di repertorio più adatti all’occasione.

 

Queste le date:

27 novembre alla Stazione Birra di Roma

28 novembre all’Estragon Club di Bologna

4 dicembre alla Sala Vanni di Firenze (con un doppio show: 18.30 e 21.30)

5 dicembre al Hall di Padova

11 dicembre alla Latteria Molloy di Brescia

4 gennaio al Teatro Politeama Pratese di Prato

15 gennaio al Teatro Superga di Torino

16 gennaio al Teatro Pergine di Pergine(Trento)

 

I biglietti sono disponibili da oggi, martedì 20 ottobre, su Ticketone e nei circuiti di prevendita abituali.

 

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Foto credits – Guido Harari