The Heavy Countdown #133: Like Moths To Flames, Sevendust, Pallbearer

Like Moths To Flames – No Eternity In Gold
Quando si parla di metalcore (non solo, ma in particolar modo), mi capita spesso di pensare a un termine inglese, “huge”, un aggettivo che accostato a “chorus”, potrebbe tradursi nelle aperture melodiche smaglianti a cui i Like Moths To Flames ci hanno abituati nel corso degli anni e che si concretizza in uno dei pezzi migliori di “No Eternity In Gold”, “Burn In Water, Drown In Flame”. Il quinto full-length dei Nostri, calcificando la solita formula collaudata e a volte ripetitiva, porta comunque a casa buoni risultati, soprattutto grazie al simil-djent di brani come “God Complex” e “Demon of My Own”, che esplorano rispettivamente la faccia più minacciosa e più malinconica della band.

Melted Bodies – Enjoy Yourself
“Enjoy Yourself” è la cosa più schizzata che ascolterete quest’anno. Non solo per i continui switch schizofrenici da un sound all’altro (nominate un genere qualsiasi e lo troverete in questo disco), ma anche per l’arguzia dei temi trattati, la totale assenza di peli sulla lingua e l’amore per la provocazione pura e semplice. I Melted Bodies non si fanno troppi problemi a esprimersi a suon di alternative, hardcore, mathcore, avantgarde, addirittura ska (“Club Anxious”) suonando a mo’ di strani incroci tra Melvins, Dillinger Escape Plan, Mr Bungle e Primus. Non ci credete? Premete play.

Sevendust – Blood & Stone
Non c’è molto da discutere. I maestri dell’alternative metal più melodico, nonostante gli anni sul groppone, le mode che passano e le nuove leve ogni giorno più affamate rimangono sempre loro. Tanto da potersi addirittura permettere di affrontare una cover dei Soundgarden (“The Die I Tried To Live”) ben riuscita. Per Lajon Whiterspoon e soci “Blood & Stone” è il tredicesimo lavoro in carriera, ma a differenza di molti colleghi, hanno raggiunto l’obiettivo di risultare immediatamente riconoscibili, anche se autoreferenziali, senza per questo cadere nella trappola della copia carbone con il passato. E infatti, pezzi tipo “Dying to Live” e “Blood From a Stone” hanno il sapore rasserenante di un ritorno a casa dopo un lungo viaggio, come quando si ritrovano vecchi oggetti di una quotidianità solo apparentemente perduta.

Nothing – The Great Dismal
Qualche disco fa i Nothing erano partiti dall’hardcore, per poi approdare tra le braccia confortanti del post-rock/shoegaze, una stretta che si è fatta sempre più forte di album in album. Il gruppo di Philadelphia riesce a dipingere con “The Great Dismal” un quadro che, come questo 2020 che stiamo vivendo, si rileva a tratti desolante e a tratti inebriante, avvolgendo in una misteriosa nebbia il lato più pesante del combo, che anche se sempre più nascosto, rimane sempre e comunque cuore pulsante e motore della proposta dei Nothing (“In Blueberry Memories” e “Just a Story”).

Pallbearer – Forgotten Days
Alzi la mano chi non è riuscito a rimanere indifferente di fronte a “Heartless” (2017), l’opera che ha elevato i Pallbearer al di sopra di semplice formazione doom metal. “Forgotten Days”, a differenza del precedente sforzo della band originaria dell’Arkansas, seppur sempre maestoso come da buona tradizione, risulta più accessibile, diciamo anche più Sabbathiano del suo predecessore (ascoltate la title track e “Riverbed”), ma eccezion fatta per un paio di piccole gemme (“Silver Wings” e “The Quicksand of Existing”), “Forgotten Days” fallisce nel mettere in moto il medesimo caleidoscopio di emozioni e sonorità di qualche anno fa. Peccato.