Giacomo Rost Rossetti ci presenta Mayday, il suo nuovo progetto

L’ascolto di Mayday è spiazzante. Chiunque ti abbia conosciuto come il bassista dei Negrita credo rimarrà totalmente stupito dal tuo esordio. Temi il confronto con il Rost pubblico esistito fino a ieri?
Perché mai dovrei temerlo! Anzi, devo dire che il loro pubblico è sempre stato molto affettuoso nei miei confronti e sta continuando ad esserlo tuttora. Temere il confronto con un pubblico, qualunque esso sia, potrebbe voler dire non credere in quello che si sta facendo o peggio non essere veri e coerenti con se stessi. Quello che sto tirando fuori sono parti di me senza condirle con artifizi o escamotage per piacere di più. Aver paura del pubblico, dunque, non vorrebbe dire aver paura di me stesso?

Ho trovato il mix tra cantato attualissimo e musica suonata “alla vecchia”, per così dire, uno dei tratti più significativi del tuo debutto solista. Forse la scelta migliore per descrivere appieno il limbo in cui si trova la tua generazione. Sbaglio?
Prima di essere un autore, un cantante o qualsiasi altra cosa sono un musicista e quindi mi piace pensare alla musica come a qualcosa che nasce dalla pancia, passa per la mente e, attraverso le mani, arriva a uno strumento. Mi fa arrabbiare che “alla vecchia” sia quasi diventata un’espressione con un accezione negativa. Quasi come una cosa ormai passata e fuori moda. Come se conoscere il campo in cui si gioca o il mezzo che si usa per comunicare non sia necessario. Chiederesti consigli a un medico che in realtà è un ingegnere?
La mia generazione è nata in un mondo che sembra lontano anni luce da quello moderno. È cresciuta tra mille cambiamenti e rivoluzioni (basti pensare solo a quella digitale) ed è diventata adulta in un mondo completamente nuovo, che sembra essersi portato dietro veramente poco del vecchio.
Anche artisticamente la mia generazione sembra essersi per di più divisa tra chi parla ai ragazzini e chi strizza l’occhio ai più grandi. Ma chi parla a noi trentenni? E abbiamo tante cose di cui parlare. Stanno arrivando i primi dati e noto con piacere che le persone che si stanno avvicinando al mio progetto sono per più della metà in una fascia compresa tra i 23 e i 40 anni. Questa per me è una bellissima notizia, perché è a loro che mi voglio rivolgere.

Anche la produzione mi sembra seguire lo stesso percorso. Da una parte sembra ci sia una ricerca verso un suono pulito e assolutamente moderno, ma la potenza di fondo richiama certe sonorità anni novanta. Per attitudine quasi nu metal, se posso permettermi.
Sicuramente alla base di tutto c’è una forte matrice rock, forse nu metal mi sembra esagerato, però capisco cosa vuoi dire. In fase di produzione abbiamo cercato di rispettare l’onestà delle parole. Questo si è tradotto in musica evitando l’iperproduzione moderna, la plastica che uniforma tutto. Quello che ascoltate è stato registrato praticamente live e non è un collage di tanti piccoli pezzettini presi qua e la tra mille registrazioni. Registrare, per me, significa imprimere un emozione umana, passando da uno strumento compreso la voce ad un microfono. Questo per me può fare la differenza a livello comunicativo. Quante volte vi è capitato di avere la pelle d’oca ascoltando una canzone? Ecco, per me quella cosa succede perché in quel momento chi stava registrando si è emozionato e l’ha trasmesso a voi che ascoltate. Per questo quello che sentite è quello che è uscito dagli strumenti, dalle mani e dalla pancia senza alterazioni e se questo vuol dire “alla vecchia” che tornino i dinosauri. Le emozioni non hanno età e noi ne abbiamo bisogno, oggi più che mai.

Che fossi un autore di livello si era già intuito dall’ultimo album dei Negrita. La tua firma compare infatti in più di un brano. Quand’è però che hai capito di poter essere un autore di brani a tutto tondo e quando, soprattutto, hai pensato di poter dar voce in prima persona a quei brani?
Parlo di cose così intime che non avrei potuto farle cantare a qualcun’altro. Mi riaggancio al discorso di prima, se vuoi comunicare un emozione devi per forza conoscerla o per lo meno averla conosciuta. Ho sempre scritto nella mia vita, musica e parole. Poi però le ho sempre lasciate marcire in un hard disk, perché al terzo ascolto già non mi dicevano più niente. Questa volta è stata diversa per mille fattori e, complice anche il momento di stop generale, ho deciso di regalare a queste canzoni un futuro migliore, piuttosto che abbandonarle in qualche anfratto digitale.

Musicalmente parlando, il resto del materiale che hai composto negli ultimi mesi si mantiene su territori affini a quelli di Mayday?
La matrice rimane sempre la stessa, anche se andando avanti con le canzoni le atmosfere si fanno meno dark. Quello che ho fatto è proprio un percorso interno che è partito da parti più profonde di me per arrivare più in superficie. Scrivendo di certe cose me ne sono in qualche modo “liberato” e anche l’attenzione dei testi si è spostata da tematiche personali e intime a punti di vista personali su quello che ci circonda e sul mondo complicato in cui viviamo.

Sei riuscito a parlare di un argomento difficile come quello del saper chiedere aiuto, una delle cose più complicate da fare in assoluto. Chiedere aiuto, in qualche modo, implica il fatto di dover far sapere a qualcuno di non riuscire a farcela da solo. Quanto c’è di autobiografico in tutto ciò?
Quando si ha una mente contorta come la mia spesso capita di perdersi. Lo dico sorridendo, ovviamente. Su Mayday, in realtà, la base di riflessione non è tanto sul fatto di chiedere aiuto, cosa che spesso ho fatto nella mia vita e non me ne vergogno assolutamente. È più una cosa del tipo: rivalutiamo gli errori per quello che sono adesso, perché non tutto il male viene per nuocere e, spesso, una “strada sbagliata” ci fa trovare quella giusta. Guardando al mio passato mi sono accorto che sono arrivato fin qui non solo grazie alle scelte giuste, ma anche per quelle sbagliate. Quindi, perché vederle come un errore adesso? Il problema è che questo mondo ha cambiato la definizione di errore con quella di perdente e questa, scusatemi, ma credo che sia una follia dalla quale dobbiamo riprenderci. Per farlo dobbiamo iniziare a liberarci di tutta questa plastica di cui siamo vestiti. Un concetto che, in qualche modo, si rivela un gancio per il prossimo pezzo, Alibi, dove sul ritornello dico: io sono nudo, adesso guardami.

Come vede il futuro oggi un musicista come te? Con una band storica ferma inevitabilmente ai box e un esordio solista cui non può fare seguito nessun evento promozionale?
In questo viene fuori la parte bella della tecnologia e del digitale. Fermo restando che non vedo l’ora di risalire su un palco in generale, figurati con un mio progetto, oggi il digitale ti permette comunque di veicolare quello che produci. Non possiamo far altro che aspettare tempi migliori, ma abbiamo gli strumenti per non rimanere con le mani in mano.

Hai in programma qualche tipo di promozione in streaming (concerti, interviste…)?
A pochi giorni di distanza dalla prima uscita, parlare di concerti è prematuro. Sicuramente però il live sarà una parte importante di questo progetto, a cui vorrò dedicare molta attenzione. Abbiamo già schedulato alcune interviste che usciranno in questo periodo.

Pensi che quella dei live streaming sia una strada percorribile e con un futuro, o credi che quando l’emergenza rientrerà nessuno parlerà più del formato?
Ho profonda stima per gli artisti che in questo periodo hanno organizzato eventi digitali come Lacuna Coil, Ghali e molti molti altri, anche perché cosi facendo hanno dato possibilità in primis di far lavorare  tutto un settore che sta subendo molto da questa situazione. Non ci dimentichiamo che, insieme all’artista, si fermano tantissime persone che ruotano intorno all’industria musicale. Spero che questo porti input costruttivi per tutelare un settore che è ancora tristemente visto come costituito da hobbisti. Sul futuro di questo tipo di eventi non saprei, ma sicuramente stare in mezzo a migliaia di persone, sotto a palchi giganteschi, davanti a migliaia di watt che ti investono, accecati da luci di ogni tipo beh…Come può essere paragonabile col vederlo su uno schermo da 10 pollici?!

Hai abbastanza materiale per un album completo o preferisci fare uscire singoli con scadenza precisa?
Il materiale c’è. Abbiamo sicuramente perso il concetto di album, privilegiando quello di singolo e per questo nell’immediato lavoreremo su singolo uscite pianificate.

Viviamo un’epoca schizofrenica in cui si punta tutto sul digitale, ma i vinili sono tornati a vendere più dei CD. Ho la sensazione che la tua musica viva un po’ lo stesso tipo di schizofrenia. Tu in che frangia ti collochi? Quanto sei old style in questo senso?
Quando fare musica aveva un costo, sicuramente c’era più selezione. Il digitale ha aperto un sacco di porte e, pur essendo un sostenitore di questo mondo, forse un po’ più di controllo editoriale su quello che esce non farebbe male. Sono sicuro che purtroppo molti artisti che hanno qualcosa da dire vengano fagocitati da questo sistema dei numeri. E questo mi rattrista molto. Sicuramente l’esperienza di ascoltarsi un vinile davanti a un bell’impianto non ha niente a che vedere con quella da un mp3 ascoltato dallo smartphone. Adesso è presto, ma l’idea di racchiudere questo lavoro in un qualcosa di fisico da poter toccare con mano mi stuzzica molto. Vedremo.