The Heavy Countdown #138: God Is An Astronaut, Psykup, Loathe

God Is An Astronaut – Ghost Tapes #10
Impareggiabili nel creare soundscape, come fa figo definirli oggi, gli irlandesi God Is An Astronaut portano avanti fieri il loro post-rock (anche se negli episodi più cupi e pesanti non è sbagliato parlare di post-metal), grazie al quale l’immaginazione può spiccare il volo, e anche la mente più stanca può trovare ristoro (“Adrift”), per poi trascinarti nelle viscere della Terra (“Burial”). “Ghost Tapes #10” è un viaggio su un ottovolante emozionale in cui è difficile capire la differenza tra suolo e cielo, specie quando ci si trova con la testa sottosopra.

Portrayal Of Guilt – We Are Always Alone
Isolamento e nichilismo, guarda un po’, sono diventati i nostri argomenti di discussione preferiti, nostro malgrado. E anche quelli dei Portrayal Of Guilt a quanto pare, che con la seconda fatica in carriera, “We Are Always Alone”, pitturano di greve pessimismo queste già grigie giornate. Il trio texano è riuscito in breve tempo a farsi un nome nelle pieghe più scure dell’underground grazie a un mix feroce tra punk hardcore (a cui devono il dono della sintesi), atmosfere funeree black metal e screamo. Ascoltatevi “Garden Of Despair”, per capirci qualcosina in più.

Fallstar – Sunbreather
Quello dei Fallstar è un rapcore tamarro imperdibile per i fan di Hollywood Undead o Rise of the Northstar, con una vena melodica intrinseca che viaggia di pari passo con la struttura per lo più zarra, due nature che si esprimono rispettivamente in “Chroma” e “Cloud Chamber” per esempio, dando vita a un’alternanza quasi matematica tra queste duplici facce nel corso di tutto “Sunbreather”. Dualità che trova la sua sublimazione in “Meaning in the Monster”, che nella sua piacevole immediatezza fa dimenticare l’effetto “lol” di pezzi come “King Lazer” o “Get Me Out”.

Psykup – Hello Karma
Oltre a sfornare delle copertine che sono sempre capolavori di ironia, gli Psykup tornano a farsi vivi a quattro anni dal folle “Ctrl + Alt + Fuck”, con un quinto full-length, in cui, per fortuna, la mancanza di schemi mentali è ancora una volta protagonista indiscussa. E non è cosa da poco, con venti anni e cinque full-length sul groppone. Ma a parte alcuni episodi di rilievo (vedi lo tzigano metal di “Sun Is the Limit”), i Nostri sfornano un lavoro sì divertente, ma sapendo di riuscire bene nella loro pazzia, non si accollano troppi rischi.

Loathe – The Things They Believe
Lo avevano detto, e alla fine lo hanno fatto per davvero. L’album ambient-strumentale dei Loathe (se proprio vogliamo dirla tutta, la band britannica non è nuova all’utilizzo dell’ambient, se prendete gli intermezzi dei loro dischi passati), a un anno esatto di distanza da “I Let It In and It Took Everything”, è un’opera che non ha ragione di esistere se non a compendio della precedente. Un flusso di coscienza sviluppatosi in questi mesi così difficili, proprio per cercare di superarli. Titoli della risma di “Perpetual Sunday Evening” o “The Year Everything and Nothing Happened” non potrebbero dipingere meglio lo stato d’animo in cui molti di noi si ritrovano da ormai dodici mesi consecutivi.