Campos, la band ci racconta il loro nuovo album Latlong

Latlong è il terzo lavoro discografico dei Campos uscito lo scorso novembre per la  label toscana Woodworm. L’album è composto da 11 brani in cui sonorità acustiche e innesti elettronici danno vita a un’ambientazione singolare frutto di un lavoro di produzione ricco e accurato. Ne risulta un’atmosfera di suoni e colori ben definiti, ma che lasciano spazio a un universo poetico e immaginativo tutto da scoprire. A riguardo dell’album essi affermano: ”Non ci sono racconti: forse ci siamo avvicinati troppo e le figure hanno perso i loro contorni precisi. È rimasta la meccanica delle sensazioni”.

 I Campos nascono nel 2011 a Pisa e sono: Simone Bettin, Davide Barbafiera e Tommaso Tanzinim. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con loro per addentrarci nelle particolarità dell’album, ecco cosa ci ha raccontato.

Sappiamo già che Latlong sta per latitudine – longitudine. Raccontateci come è nato questo progetto e cosa significa per voi il nome dell’album.

Abbiamo cominciato a lavorare su Latlong circa un anno e mezzo fa. Quello che abbiamo fatto è stato buttare giù più idee e materiale possibile, non pensando troppo a quale direzione seguire. Progressivamente, tenevamo quello che ci piaceva e scartavamo il resto. Così, in maniera spontanea, pian piano abbiamo capito dove stavamo andando, sia dal punto di vista musicale che testuale.

Per la prima volta, inoltre, ci siamo trovati per le mani molti più pezzi di quelli che poi sono finiti nel disco, quindi un’ulteriore selezione è stata fatta durante e dopo le registrazioni.Sempre in maniera spontanea è nato il nome dell’album.

Spesso quando nominiamo le bozze e i provini diamo nomi a caso, quello che ci passa per la testa in quel momento. Così è stato per Latlong. Inizialmente era il nome di un brano. Solo quando ci siamo chiesti quale potesse essere il nome più azzeccato per il disco, questa parola è rispuntata fuori. Ci piaceva l’idea che attraverso le coordinate geografiche potessimo individuare i luoghi che ci eravamo immaginati e dove i personaggi delle nostre storie avevano preso vita.

 

Il brano a cui siete più affezionati e perché.

Probabilmente Mano, perché come stile, ci ricorda molto le prime cose che abbiamo fatto. Facendo poi parte di un disco dove altri brani invece hanno preso direzioni per noi nuove, ci fa capire meglio il punto a cui siamo arrivati oggi.

Il fiume è un concetto che torna molto spesso nei testi e nell’immaginario da voi creato. Cosa rappresenta per voi?

Spesso, durante il processo creativo non ci accorgiamo di tutto quello che sta succedendo. È soltanto verso la fine di un lavoro che cominciamo a notare i collegamenti fra i brani, i dettagli che si ripetono, idee che vengono rafforzate e riproposte in modi diversi. E così è stato per il fiume e più in generale per l’elemento acqua. Ce ne siamo accorti dopo. Probabilmente, siamo stati anche influenzati dal paesaggio che vediamo tutti i giorni, vivendo a Pisa ed essendo Pisa tagliata in due dall’Arno. Quindi per noi il fiume è una presenza costante.

 

Che significato possiamo dare alla copertina dell’album?

L’artwork è stato realizzato da MYMO, un’artista tedesca conosciuta qualche anno fa in Germania. Noi le abbiamo dato una serie di parole chiave, un paio di foto di sculture (tra cui le facce che si vedono al centro) e il disco da ascoltare. Poi le abbiamo detto di muoversi in completa libertà. Non saprei dirti il significato che si nasconde dietro a quelle immagini, probabilmente dovremmo chiedere a lei. Quello che noi sapevamo, in base anche ai suoi precedenti lavori, era che avrebbe lavorato con elementi naturali e che gli avrebbe mescolati. Questo ci piaceva e ci bastava. Il modo in cui lo avrebbe fatto sarebbe stata una sorpresa anche per noi.

 

Il vostro primo album, Viva, è in lingua inglese. Come mai la scelta di passare, già con il vostro precedente album Umani, vento e piante, all’italiano? Pensate che cantando in lingua inglese ci si immette in un mercato troppo ampio?

La scelta del cambio di lingua non si è basata su ragionamenti in termini di mercato musicale. Semplicemente con Viva, eravamo riusciti a trovare un “sound” complessivo che ci soddisfaceva e che sentivamo personale. Quello che volevamo, già con il nostro secondo disco, era ottenere lo stesso risultato cantando però nella nostra lingua. Quindi per noi è stata una sorta di sfida personale. Non sapevamo bene cosa ne sarebbe potuto uscire fuori e questo è stato in parte lo stimolo che ci ha spinto a provare. Il rischio più grande in questo caso sarebbe stato la perdita di credibilità, senza la quale difficilmente un progetto musicale sta in piedi.

 

Non abbiamo sofferto abbastanza. Non siamo arrivati alla radice del dolore. Non abbiamo provato fino in fondol’amaro sapore della delusione”. Queste sono le vostre parole in merito alle descrizione del brano che apre l’album, ovvero Sonno. Perchè questa voglia di soffrire? E’ quella che aiuta a crescere?

Più che voglia di soffrire è rendersi conto di non essere arrivati alla radice dei nostri problemi, di non aver scavato abbastanza dentro noi stessi, anche attraverso il dolore se vuoi. È un percorso personale che si ripete in varie fasi della vita. Non so se aiuta a crescere, però forse aiuta a capirsi un po’ meglio.

 

In Addio si percepisce un forte senso di sconforto, la paura di esser dimenticati. Alla fine, come e da chi vorreste esser ricordati?

In realtà non sappiamo bene neanche noi da chi vorremmo essere ricordati. E qualcosa che si nasconde più nel profondo, nella difficoltà di accettare che la nostra esistenza sia transitoria e nell’essere consolati dall’idea di rimanere nella memoria di quelli che restano.

 

Ho molta curiosità riguardo la ghost track presente nel finire dell’album e all’interno di Paradiso. E’ un qualcosa che si discosta molto dall’album, potete darci qualche informazione in più?

Forse si discosta dal sound generale del disco ma sicuramente rispecchia un modo di fare musica che ci appartiene profondamente. Il punk fa parte del nostro background musicale e non vorremmo dimenticarcelo così facilmente. In generale, una cosa che non vorremmo mai dimenticare nel fare musica, è il divertimento che si prova nel farla. E questo lo ritroviamo quando ci prendiamo la libertà di fare un po’ quello che ci passa per la testa, senza rimanere per forza ancorati ad uno stile.

 

Quale sarà il vostro prossimo passo?

Ancora non sappiamo bene. Per adesso stiamo provando i pezzi giusto per non perdere il brutto vizio di suonare.

 

 

Di Alessandro Pirrone

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