Dead Poet Society, un disco impossibile da pronunciare, un genere impossibile da etichettare

I Dead Poet Society arrivano con il loro album di debutto: -!- è preceduto dal singolo e dal video di  .CoDa., scritto nel 2018 e già molto amato dalla fanbase della band formatasi durante il college, a Boston. I Dead Poet Society, con un nome che ricorda da vicino L’attimo fuggente, non hanno solo fatto un disco impossibile da pronunciare (come si legge un punto esclamativo?) ma anche creato un genere impossibile da etichettare fra rabbia punk, distorsioni, muri di chitarre e una voce blues che viene da un altro mondo.

 

Tanto per curiosità: come avete scelto il titolo dell’album?
Cerchiamo sempre di seguire quello che sentiamo. Quando all’inizio ci è venuto in mente il simbolo non pensavamo di farlo diventare il titolo dell’album, ma quando abbiamo iniziato a suonare i pezzi ci siamo resi conto che era la cosa giusta da fare. Tutte le canzoni hanno senso se le ascolti mentre lo guardi.

 

Sarò onesta: non vi conoscevo prima di ascoltare i nuovi singoli, ma mi avete fatto saltare il cervello. Sono potenti, distorti e arrabbiati e in questo momento, dove tutto suona un po’ troppo perfetto e nato per essere venduto, è una ventata d’aria fresca. Quindi: come avete raggiunto questo sound, come siete riusciti a infilare il sound di una band live in un disco in studio?
Amiamo lo stile grezzo del vecchio delta blues e le sue imperfezioni crude, quindi il sound intorno al quale abbiamo gravitato è naturalmente più sporco e meno perfetto. E’ quello che sentiamo più nostro. Troppa perfezione nel rock ci sembra artificiosa.

 

A proposito del sound: mi sembra che siate riusciti a fondere la vostra attitudine punk con una voce che sembra quella di un Robert Plant parecchio incazzato e un muro di chitarre, cosa che mi rende difficile classificarvi. Forse quando questo succede significa che è nato qualcosa di nuovo?
E’ quello che cerchiamod i fare, quindi va benissimo! Vogliamo contribuire all’evoluzione del genere e spostarlo dall’ultimo decennio di stomp-clap da pubblicità della Ford…quindi se abbiamo fatto un progresso del genere ne sono felice (ride).

 

In .CoDa. parlate di un amore tossico, la sensazione che hai quando ti svegli la mattina e pensi “Oddio, devo andare a lavorare e lo detesto. Devo parlare con questa gente, e le odio. Devo stare qui e non voglio. Ma devo” che sia perchè non hai scelta, perchè sei incastrato o perchè, alla fine, ami qualcosa che non ti fa bene. Credo sia una situazione stranamente comune. Cosa fa vivere così le persone, secondo voi?
Penso che sia possibile amare qualcuno che ti tratta di merda, tutto qui. La canzone ne parla precisamente dicendo “mi ami come ami la cocaina”, e ha due sensi se includi anche il verso. Dice che mi tratti di merda, ma sei dipendente da me. E’ possessivo e distruttivo.

 

Come mai i titoli sono scritti come se fossero codice HTML o qualcosa di simile?
Di nuovo, facciamo tutto in base a come ci sentiamo in relazione alla musica. Quando abbiamo scritto i titoli in quel mondo ci hanno dato la vibrazione che cercavamo.

 

Il vostro album di debutto uscirà a breve: come vi fa sentire il pensiero di pubblicare la vostra musica?
Nervosi, ma eccitati. Sono quasi tre anni che ci lavoriamo, ed è surreale pensare che adesso ci siamo. Incredibile.

 

Ultima domanda. Immaginate che la pandemia sia finita, che potete suonare dove volete davanti a quanta gente volete: dove andate?
Monte Rushmore, con davanti 14,6 milioni di persone.

 

-!- TRACK LIST:
“-!-”
“.futureofwar.”
“.burymewhole.”
“.getawayfortheweekend.”
“.AmericanBlood.”
“.intoodeep.
“.georgia.”
“-JU-”
“I never loved myself like I loved you”
“.SALT.”
“.CoDA.”
“.loveyoulikethat.”
“-gopi-”
“.lovemelikeyoudo.”
“.beenherebefore.”
“.haunted.”

I DEAD POET SOCIETY SONO:
Jack Underkofler — Voce/Chitarra
Jack Collins — Chitarra
Will Goodroad — Batteria
Dylan Brenner — Basso