Disputa, il suo Tempio è un incontro tra vintage e barocco

È online dal 24 febbraio il videoclip ufficiale di Tempio, ultimo singolo dell‘artista Disputa. Il video è ispirato all‘opera di Francisco Goya “Capricho No.12: A caza de dientes” che ritrae una strega intenta a strappare und ente ad un impiccato, usanza fortunata secondo credenze popolari, mentre montaggio e regia richiamano La stregoneria attraverso i secoli, film muto svedese del 1922.
Già solo queste premesse dovrebbero bastare per renderci conto del bagaglio culturale del giovanissimo quanto precoce rapper, che a sedici anni ha all’attivo due singoli come Disputa e due album sotto un diverso pseudonimo.

La scelta musicale cade su un rap vintage con sonorità anni 90 e segue la sua linea lirica più conscious, perfetta per il testo pieno di simbolismi e allegorie creato da Disputa.

Il brano parla di solitudine volontaria, elemento celato dal caotico svolgersi di diversi eventi storici in uno stesso istante osservati dal tempio del titolo, che funge da zona franca in questo maelstrom cronologico. Tutto questo spiegato attraverso barre intrecciate e barocche che confondono l’ascoltatore e lo rinchiudono in questo labirinto claustrofobico.

Un brano complesso ma al contempo completo, carico di valenza filosofica, artistica e storica, raccontato con versatilità con un rap d’altri tempi.

È uscito il tuo ultimo singolo Tempio, secondo pubblicato del progetto Disputa. Da cosa nasce l’idea per il brano?

Come ogni mio testo, nasce da un’esigenza. In questo caso l’esigenza non è stata raccontare una storia ma la Storia: decontestualizzare, spostare lungo la linea diacronica del tempo eventi, in modo che una sola parola potesse stratificarsi in più significati diventando un simbolo. Ho poi trovato un espediente narrativo, ovvero il tempio (un luogo che contemporaneamente è e non è), per creare il punto di vista da cui guardare questa contrazione temporale. Il tempio è anche una dimensione esistenziale che mi permette di parlare di un sentimento: la solitudine come atto volontario.

Il testo è pregno di riferimenti culturali di varia natura ma mi sembra ci sia qualcosa di più sotto. Si rivolge a qualcuno in particolare o racconta semplicemente una storia?

L’insieme di sequenze, non sono lo sviluppo di una storia, cercano un punto di fuga che in verità le organizzi, ovvero un principio. Ho come dipinto uno sfondo su cui l’ascolto può disegnare tracce di passato. Le emozioni, che comunque sono l’abbrivio della mia scrittura, cambiano stato, si disperdono: nulla.

Cosa ti ha portato a sceglire il rap come mezzo di espressione dei tuoi testi?

Non ho scelto il rap, è stata una conseguenza naturale del mio piacere verso la scrittura: ho iniziato a 7 anni e mi sembrava l’unico mezzo per poter esprimere tutto ciò che pensavo e sentivo. Adoro le frasi claustrofobiche, gonfie, articolate, barocche: come in un quadro di Escher, il labirintico horror vacui è ciò che rappresenta, forse,  più fedelmente la struttura del mentale nell’umano. Altri generi non mi avrebbero permesso questo gioco con il mio pensiero: come lanciare una freccia e voler andare più veloce di questa, è un gioco al rilancio che porta allo spasmo (la velocità del pensiero nella parola). Dentro a questa costruzione (un po’ sadica, forse) vorrei che ogni vostro orecchio grondasse sangue e che il resto me lo pagaste in pillole.

Lo stile del tuo rappato è parzialmente riconducibile a quello hip hop anni ’90 o a quello più conscious per esempio di Caparezza. Quali sono le tue più grandi fonti di ispirazioni per il tuo lavoro?

Faccio un banale elenco: musica lirica, la vita altrui, cantautorato italiano, libri, il sole, la casa, i cimiteri, la pittura, la morte, la notte, i fumetti, la Storia, le sedie.

Sei giovanissimo eppure hai un lavoro molto ampio alle spalle, pubblicato sotto un altro pseudonimo. Qualcosa dei tuoi progetti precedenti tornerà in futuro? Magari rielaborato o in una forma diversa.

I primi progetti di scrittura (due album) sono sotto lo pseudonimo Ariodante Piccolonimi, una crasi tra Enea Silvio Piccolomini (Pio II, era il mio peluche) e Ariodante (un burattinaio dell’ottocento, nome che coniò Ariosto, ovvero l’unione di Ariosto e Dante). Sono ora incapace di scrivere testi che mi soddisfino quanto le mie prime canzoni, penso ad esempio a Rimpianti di un boia o a Pensieri di un nulla, testi complessi ma scritti in modo semplice, comprensibile.

Parlando del futuro: per ora come Disputa hai pubblicato due singoli. C’è già qualcos’altro in porto per questo progetto?

Scrivo quotidianamente, ho tanto materiale, presto vorrei uscisse un altro singolo ma del doman non v’è certezza.

Vuoi dire qualcosa ai tuoi ascoltatori?

No.