Generazione Nevermind: i 30 anni dell’ultima rivoluzione Rock

Fra i molteplici compleanni degli album nati nei favolosi anni Novanta, ne compie trenta anche il super celebrato Nevermind dei Nirvana, per molti l’ultima mondiale trasgressione del rock and roll.
Ma quale furono i segreti di tanto successo e quale fu la genesi ed il contesto della trionfale consacrazione?

Innanzitutto siamo nell’America post Reagan, un mandato dominato da lustrini e paillettes, fatto di materialismo, apparenze e bieco consumismo. Gli Stati Uniti erano un luogo dove la corsa all’arrivismo spietato aveva conquistato gran parte del popolo, creando un suadente benessere ipocrita,  piacione ed egoista.
Le nuove tecnologie, l’avvento dell’home computer, la cultura dell’individualismo sfrenato che mostra i muscoli ai più deboli aveva ubriacato tutti.

Gli anni novanta, in risposta a tutto questo avevano creato svariati movimenti di controcultura artistica ed indipendente, concretizzando un sussulto alternativo già presente. Mentre sulla sponda est Pixies e Sonic Youth intavolavano melodie dissacranti e disturbi chitarristici già da molti anni, a Seattle – esattamente dal lato opposto degli States – il grunge era già discretamente in fase avanzata e la città era diventata il fulcro di un’aggregazione generazionale a cavallo fra disperazione punk e potenza dissacrante heavy rock.

I Nirvana erano in piena ascesa, e a colpi di live infuocati avevano rubato la scena a gruppi pionieri del genere, come Tad , Melvins e Mudhoney, trovando in musica la giusta miscela di energia ed inquietudine, creando i presupposti per rendere l’interesse planetario.

Il successo di Nevermind passa attraverso alcune sfumature che quel mondo non aveva mai concesso. Il suono perfettamente in equilibrio fra fra il dissonante e l’agrodolce, un contrasto di pezzi saggiamente pesati ed omogenei, l’occhio semi inconsapevole ad una risposta di mercato più vasto.

La sbarco su MTV, la copertina accattivante ed esplicita, l’ ingombrante produzione marketing, la consegna alla radio di qualche singolo commerciale, sono gli ingredienti aggiunti che attraggono maggiormente l’ascoltatore curioso e voglioso di scoprire, comprendere approfondire.

In Italia, i network generalisti passano Smells Like Teen Spirit, Come As You Are, Polly  ed in molti cominciano a canticchiarne i motivetti. Il genere è nuovo fresco, sporco, melodico, acustico, violento e difficilmente catalogabile. Arriva all’ascolto di tutti, ed è questo il bello della storia.
Le immagini che si dipanano in tutto il mondo, creano una sorta di appartenenza legata a quella comune malinconia di fondo che si trasforma in pezzi tremendamente diretti, in testi amari, in suoni pieni di rabbia ed in sorrisi tristemente espressivi. Il grunge non è più un interessante microcosmo alternativo, ma un atteggiamento alla portata di tutti. E’ una sorta di nuova ribellione molto più introspettiva, pensierosa,  viscerale, che non ha molto chiaro dove vuole colpire, ma sa esprimere molto bene cosa prova.

Kurt è l’affascinante direttore d’orchestra di questo incredibile ensemble: in lui si ritrovano centinaia di migliaia di giovani nel pianeta, che perdono ogni riferimento e si tuffano nelle sue gesta.

Il disco consegna all’ ascoltatore una sorta di sfacciataggine sincera, che colpisce al cuore, sia negli episodi più violenti e crudi (Territorial Pissings), sia in quelli più dosati (Something In the Way), perché l’atteggiamento ed i testi, valgono quanto le note e le composizioni.

La band diventa un culto di una generazione spaesata, raccoglie l’urlo latente di milioni di ragazzi, incastonata fra pressioni mainstream e purezza d’animo, fra classifiche di vendita e distonie umorali.

Proprio queste dinamiche pochi anni più in là stringeranno Cobain in una morsa senza ritorno che ne decreterà il mito.

Questo è in estrema sintesi quello che successe in quel 24 Settembre 1991 data esatta di pubblicazione di Nevermind: una data che sconvolse un ignaro e sonnolente mondo della musica e che decretò per sempre la libera condivisione delle nostre più recondite sofferenze.

Claudio Morsenchio