Trivium – In The Court Of The Dragon

Arriverà un momento in cui si dovrà ammettere che i Trivium sono riusciti a diventare la più convincente “classic” metal band di tutte quelle uscite dal movimento metalcore dei primi Duemila. Di quel movimento sono rimasti moltissimi act validi, altri incapaci di fare il grande salto dopo ottime premesse, altri ancora diventati culto e che si trovano a proprio agio in un underground ancora oggi parecchio florido. C’è anche chi è diventato headliner a vari festival intorno al mondo pur pubblicando un disco ogni morte di Papa, ma alla fine della fiera nessuno è riuscito come i Trivium a coniugare una proposta che contenesse tutti gli elementi principali dell’heavy come lo conosciamo, modernizzandola e adattandola alla contemporaneità.

No, non metterò i nomi tra parentesi spiegandovi a quali band mi riferisco. Sia perché è abbastanza semplice capirlo (per lo meno nel caso degli headliner ai festival dato che è successo solo al gruppo di Huntington Beach), sia perché i gruppi son talmente tanti che potete inserirli voi e possono comunque variare in base alle proprie preferenze, oltre al fatto che il successo non sempre sia sinonimo di qualità effettiva...
Insistete? Va bene, per quanto mi riguarda i top rimangono KSE, ABR e AILD, le promesse non mantenute principali sono i BFMV e gli headliner gli A7X. Chiaro no?

Torniamo a “In The Court Of The Dragon“.

Quello dei Trivium (fino al 2017) non è nemmeno stato un percorso semplice o privo di crisi di identità. Basti pensare alla ricerca della hit a ogni costo post “Shogun” con “In Waves”, la riconversione al metalcore melodico e i pezzi cantati solo in clean vocals, eliminando anche le backup in growl. Ma è sostanzialmente da “The Sin and the Sentence” che la band ha trovato la propria dimensione effettiva. Dimensione fatta da pezzi ultra heavy e dalla melodia nei ritornelli, dalla batteria assai spinta di Alex Bent, dalle trame chitarristiche decisamente complicate e dai miglioramenti vocali di Heafy, diventato nel frattempo streamer avanguardista in campo musicale e in questi anni riferimento per schiere di nuove leve chitarristiche.

Il sodalizio col produttore Josh Wilbur (non a caso iniziato proprio nel 2017 con “TSATS”) ha reso i Trivium una macchina da guerra impegnata in scorribande thrash, hardcore, a tratti progcore e, a questo giro, ancora più epiche e ricercate rispetto all’eccellente predecessore “What the Dead Men Say”. Nel nuovo album il livello compositivo raggiunge vette clamorose, come in “Like A Sword Over Damocles”, “A Crisis of Revelation”, “Fall Into Your Hands” e “The Shadow Of The Abattoir”, le cui divagazioni riportano alla mente gli spunti emersi molti anni fa nelle title track di “Shogun” (2008) e addirittura nella strumentale “The Crusade” (2006). Per assurdo sono oramai le composizioni più dirette e meno elaborate come “Feast of Fire” o “From Dawn To Decadence” a suonare quasi “superate”, in una tracklist che lascia realmente senza respiro dall’inizio alla fine.

Siamo di fronte a un nuovo classico per la band ma non solo, un album che conferma il quartetto – che vede tra le proprie fila anche due fondamentali musicisti di alto livello come Beaulieu e Gregoletto – mai così in cima alla catena alimentare della scena heavy moderna in termini di qualità compositiva e creatività.