Melancholia, una medicina contro il piattume e la mediocrità

I Melancholia sono Benedetta, Fabio e Filippo. Partiti da Foligno, hanno imboccato strade lastricate di rock, urban, elettronica e dark. Per arrivare sul podio più alto di Emergenza Festival e, nel 2020, sul palco di X-Factor, sotto la guida di Manuel Agnelli, distinguendosi di puntata in puntata per la loro poliedricità. Con l’ep di debutto “What Are You Afraid Of?” hanno confermato tutto il loro talento mentre con il singolo “Medicine” uscito lo scorso maggio hanno dato il via a un tour trionfale, grazie alle potentissime performance, alla voce, alle emozioni e alla fisicità di Benedetta.

L’estate 2021 li ha visti viaggiare lungo tutta la penisola per una ventina di date di cui molte sold out con un live energico, teatrale, fisico, passionale e come non se ne vedevano da parecchio tempo.

Benedetta è un animale da palco. Il live è la sua dimensione e la sua voce ti porte in un mondo alla Tim Burton, dove le luci nascondono ombre e il buio si dissipa in colori psichedelici.

All’inizio dell’estate siete state una delle prime band a cominciare con un tour, esibendovi per la prima volta dopo la trasmissione e dopo tanto “silenzio” dai palchi. Come vi siete preparati a quel momento?

Noi siamo sempre preparati a suonare, perché siamo nati come un gruppo da live e ci siamo sempre battuti per fare live anche quando non ci veniva a vedere nessuno ed eravamo tre persone casualissime che suonavano. Il nostro primo pensiero è stato sempre quello del live, e uno è pronto per quello già dal principio perché sei quasi spinto naturalmente a farlo e non c’è niente di costruito se non le prove. Quando fai le prove capisci che stai provando per fare questa roba, e quando ci siamo resi conto che stavamo provando per il tour, una cosa che non avevamo mai fatto perché non possiamo definire i concerti che abbiamo fatto prima dei tour, è stato bellissimo. Non pensi di arrivarci mai quando stai in camera e dici “Questa è una canzone che sto scrivendo?”, poi fai le prove per un live e via in tour, dopo due anni pazzeschi e gli ultimi 8 mesi che sono stati tutto un corri di qua e corri di la, fai le audizioni e vai a Milano, stai lontano da tutti, sei in una situazione stranissima e diversissima, esci e sei confusissimo e non capisci più come ti chiami e dove abiti. E adesso stiamo trovando un po’ la quadratura del cerchio.

E non vi siete ancora trasferiti a Milano perché siete alternativi o perché non avete ancora trovato casa?

Forse da questo punto di vista siamo alternativi? Non lo so. In realtà Milano è una delle città che preferiamo, perché ogni volta che siamo su ci sentiamo estremamente a casa. Una delle zone che abbiamo frequentato di più è stata i Navigli, ogni volta che dovevamo andare su non si sa come ci trovavamo li.

In realtà non siamo a Milano perché abbiamo casa, produzione e lo studio all’Urban a Perugia, ed è una realtà che ci sta bene addosso, una di quelle situazioni in cui abbiamo la fortuna di avere uno studio e una crew dietro che ci aiuta giornalmente. Riusciamo a vivere comunque a Milano, perché io ho molte amicizie su, anche, ed è bello fare anche l’ascensore. Uno scende e sale conosce tante persone diverse e prima o poi succederà che ci trasferiamo a vivere a Milano.

Ma sempre tutti e tre insieme?

Esatto.

Sento della sofferenza da parte dei ragazzi.

Spesso e volentieri.

Voi (Filippo e Fabio) riuscite a frenare un attimo questa matta, evitando che si ammazzi. Sono curioso di sentire qualcosa anche da voi. Il bello di questo gruppo è che siete completamente diversi ma molto simili da un punto di vista emotivo. Siete tre aspetti diversi della timidezza, tre modi diversi di vivere la timidezza. Come vi bilanciate?

Ma in realtà il bilanciamento ci è venuto sempre in modo molto naturale. Sarà che siamo tre anime molto affini, non lo so, fin dall’inizio ci siamo trovati bene ed è nata una grande amicizia in quasi sette anni. Io almeno sono felicissimo del percorso che stiamo facendo e speriamo che sia un inizio. E’ un continuo nuovo inizio, speriamo che questo sia quello definitivo.

Avete partecipato all’edizione più strana in assoluto di una trasmissione che è pura organizzazione e negli ultimi anni pure un po’ prevedibile. Tutti ci si è domandato: “Boh, chi verrà fuori da questa edizione di X-Factor?”. La selezione deve essere stata davvero un lavoro di precisione.

Sicuramente! Anche il fatto che ci hanno scelti per i pezzi che portavamo, i nostri brani, forse questo non dimostra magari una maturità consolidata però ti fa esprimere in modo più facile perché non devi farlo con le parole di altri quindi riesci ad empatizzare e creare un rapporto con chi ti guarda. Abbiamo avuto la fortuna di essere tutti abbastanza navigati seppur venendo da situazioni diverse comunque tutti avevano già scritto pezzi propri e pubblicato cose. E’ stata un’edizione probabilmente irripetibile perché hanno già rimescolato le carte quest’anno.

Comunque non ci credo che siete partiti pensando che sareste andati avanti.

In realtà noi siamo partiti pensando “Aiuto che facciamo andiamo o non andiamo? Cioè raga, pensiamoci bene” perché ci sembrava molto lontano dal nostro essere gruppo. In realtà abbiamo lavorato benissimo sulla nostra identità. Una delle cose che ci hanno detto, è stata: noi non vogliamo cambiarvi, vogliamo potenziarvi. Hanno fatto uno studio approfondito su come eravamo per poi, anche esteticamente, renderci in quel modo perché, sembra una stronzata, ma se tu ti presenti bene con quello che hai e ti creano intorno tu dai il triplo.

Faccio fatica a pensare che siano comodi, gli abiti che vi mettono nelle foto.

Non sono assolutamente comodi, ma te li fai stare comodi. Fabio quando aveva quel mantello lunghissimo mi faceva crepare. Credo che se fossimo stati all’esterno, anche con -20 gradi, avrebbe avuto caldo. E li dentro era molto caldo, quindi si soffriva. Musicalmente parlando noi siamo entrati proprio pensando: “Ok, noi siamo questo, questo è quello che siamo, provateci a cambiarci e non vi seguiremo. Se volete seguiteci”. Probabilmente questo “menefreghismo” ha aiutato perché abbiamo sentito un sacco di calore dall’altra parte, e non ce lo aspettavamo minimamente perché già vai in un programma in italiano e canti in inglese, ed è la prima difficoltà. E anche esteticamente si vede perché…è meravigliosa la prima puntata delle audizioni, perché i commenti erano “I Melancholia sono dei tossicodipendenti, andatevi a curare”, sono usciti anche storie abbastanza brutte sul fatto che giocassero anche su dei disagi che potevamo avere. Ma è tutta pubblicità.

Si, mi ricordo che hanno detto un sacco di cose.

Uno mi ha fatto spaccare, un papiro, un saggio breve di 300 e più parole che diceva che nei nostri brani, nelle nostre performance, mettevamo dei messaggi satanici perché io mi sono coperta un occhio alle audizioni, un chiaro segnale dell’Occhio di Horus e le cose massoniche. Facevo il segno delle corna, e Leòn parlava di pedofilia. E il film Leòn non parla di pedofilia, porca troia non smetterò mai di dirlo, e che quindi il nostro pezzo parlava di un film che era particolarmente impuro perché in qualche modo boh, elevava la pedofilia.

Un’altra grande differenza rispetto alle edizioni passate è che sicuramente durante il tour avrete di sicuro visto più gente, di quella presente in studio, quindi non eravate abituati ai palchi stratosferici del passato.

Esatto! (ridono) X-Factor è stato pazzesco perché stavamo su questo palco strano, a forma di rombo, e sopra ci stavano le persone ma erano tutti addetti ai lavori. Saranno state 150 persone. Sentivi le voci ma non era il vero pubblico. E quindi trovarsi sui palchi del nostro tour è stato bellissimo.

La nostra rivista si chiama MusicAttitude. Qual è la vostra attitudine musicale

Penso che fra tutti e tre abbiamo tre attitudes completamente diverse. Io sono impulsiva, anche se nella vita non lo so. Si, sono impulsiva.

E la vostra? Filippo?

Non lo so. Riflessivo? Razionale.

Fabio?

Cercare di non avere ansia.

Onesto.

Benedetta. E’ per questo che in tre funzioniamo: fra io che sono impulsiva, lui razionale e il cercare di non avere ansia non so cosa si crea, ma non credo abbia un nome questa cosa così strana, ma sembra una cosa importante.

Filippo. Si che ha un nome, Melancholia!

Come avete accennato poco fa, un lato sicuramente negativo di tutta questa giostra è rappresentato dal fatto che ci si ritrova subito in mezzo ad un mare di squali.

A partire dalla vostra edizione si è dato molto risalto al concetto di diversità in ogni suo lato ed è molto significativo, forse, che passi il messaggio che per primeggiare non bisogna per forza essere i più forti e i più aggressivi. Voi siete l’esempio vivente che nella vita per essere vincitori si debba per forza vincere.

Finalmente anche, non c’è la prepotenza di dover vincere per forza. Si è dato un sacco di spazio alla sensibilità e all’emotività. Eravamo dodici concorrenti singolari e non con quel passato melodrammatico, però non essendo detto, perché non ci s’è fatta la storia dietro, è passato in modo estremamente artistico. Io te lo dico con quello che scrivo, poi sei tu che lo devi cogliere. E anche se non lo cogli non me ne frega niente, prima o poi te ne accorgerai. E anche nei rapporti fra di noi, siamo stati molto uniti perché stare li dentro è veramente difficile, e l’emotività di questi outsider messi li dentro si è sentita, dentro esplodevamo sempre, ci sono stati drama su drama. In realtà penso che alla fine abbiamo vinto tutti perché nelle edizioni passate è stato estremamente difficile portare un inedito nel programma. A noi hanno dato questa possibilità subito. È stata la migliore vittoria che si poteva avere in quel contesto.

Un saluto per i lettori di Music Attitude?

Vi mandiamo tanti baci, anche se non siamo carini teneteveli!

Instagram: Melancholia
Spotify: Melancholia Spotify