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Interviste

Marta Arpini, I Am A Gem tra jazz sperimentale ed elettronica intellettuale

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Marta Arpini, la cantautrice di origini italiane che vive da alcuni anni in Olanda, presenterà il 28 gennaio il suo nuovo album I Am a Gem, per l’etichetta Dox Records, che copre i territori del Benelux (Paesi Bassi,Belgio e Lussemburgo). Sostenuto dalla Keep an Eye Foundation e dal Fondo per le arti performative olandese Fonds Podiumkunsten, I Am a Gem è il nuovo gioiello di Marta, compositrice, arrangiatrice e songwriter che sta ottenendo sempre più riconoscimenti in Olanda, dove vive e studia da alcuni anni, e in altri paesi d’Europa. Grazie alla vittoria, nel 2020, del Keep an Eye the Records, concorso di stampo internazionale che la premia per il disco “Forest Light” (Challenge Records International), nominato nell’Edison Jazz/World 2020), Marta ha potuto realizzare questo nuovo lavoro e portarlo dal vivo a un importante show a lei dedicato, aggiungendo al quintetto con cui normalmente si esibisce alcuni elementi di orchestra di cui lei stessa ha scritto e arrangiato le singole parti.
Un progetto ambizioso che unisce il suo amore per la musica indie pop al jazz e alla sperimentazione, dando ancora più respiro a un progetto ambizioso, senza confini.

Come sei finita a fare la cantante famosa in Olanda?
(ride) mi ci sono trasferita nel 2017,  in realtà, con nessun piano particolare. Ero stata ammessa al conservatorio, quindi sarei dovuta stare qui 2 anni per fare il master, e invece, dopo il diploma ho deciso di restare, anche perché pensavo che 2 anni fossero pochi per capire cosa volessi fare e avevo la sensazione di essermi appena trasferita quindi ho detto “no voglio restare ancora un po’ in questo paese” e poi in realtà anche perché ho capito subito che è un posto in cui posso fare musica, fare quello che mi piace, posso vivere di questo e vivo ad Amsterdam che è una città molto internazionale. Ci sono persone da tutto il mondo qui e posso portare avanti i miei progetti con persone da veramente qualsiasi paese, dal Messico alla Lettonia, Portogallo, Spagna e siamo tutti qua.

Quello che mi ha affascinato è come una ragazza cosi giovane arrivi a fare una musica cosi fuori dai trend, dalle mode, perlomeno italiane, in un altro paese, vince concorsi, arriva al successo e solo dopo “esporti” la sua musica nel Paese di origine. È una cosa fighissima e assurda al tempo stesso. Per come l’hai raccontata sembra così facile e invece si capisce che hai qualcosa in più, ma che soprattutto ti ci sia dedicata tanto.
Ma in realtà per me non so se dall’esterno si capirà ma questo disco e questa musica in particolare sono il risultato di 5 anni di lavoro che sono diventati il percorso di un’evoluzione. Non sono arrivata qua con le idee chiare, ma con tanto entusiasmo e moltissimo timore per tutte le novità che si stavano aprendo davanti a me. Io all’epoca stavo ancora studiando jazz tradizionale; poi facendo il conservatorio e conoscendo tutta questa gente ho capito più o meno chi  fossi e cosa volessi fare. Ho iniziato un po’ ad accumulare tutte queste cose che mi piacciono, musica che ascolto, musica che ho studiato a livello accademico, cantautori che non conoscevo e che mi sono stati consigliati e il risultato si è tradotto in una stratificazione che va avanti da un po’ di anni.

Insomma niente si ottiene da niente.
Secondo me, credo che sia importante fare in cui si crede onestamente. Ricordo i primi anni che ero qui, ero ancora un po’ in fase di ricerca e cercavo anche un po’ di restare in una sorta di modello “ ah ho studiato jazz quindi dovrei fare questa musica più cosi” e invece poi ho capito che quello schema non mi apparteneva e ho scelto di andare più verso una forma di cantautorato pop alternativo che avesse un po’ le influenze di quello che avevo studiato. Io oggi sono contenta del disco che ho fatto appunto perché mi rispecchia molto.

In questo disco c’è tanto jazz, non codificato come dici tu, un po’ più sperimentale. In alcuni punti sembra quasi improvvisato, in realtà è tanto articolato. L’album nasce come una raccolta di pezzi singoli o più come una storia raccontata attraverso la musica?
L’album è nato un po’ come pezzi singoli tranne la suite che c’è al centro che è una storia unica. C’è molta composizione astratta, molta sperimentazione strumentale e anche l’intervento della voce della narrazione è più limitato. Mi è piaciuto scrivere cosi perché è incorniciato da queste canzoni che sono proprio chiaramente canzoni con una forma chiara, un ritornello , una cosa un po’ più strutturata in questo senso. In realtà è tutto scritto, ogni minima cosa è scritta, arrangiata ma suonata da jazzisti e quindi danno a questa musica un’espressività molto personale e che ti da questo senso di spontaneità.

La suite che citi sarebbe “Frogs”. È vero che è meno cantata ma la voce diventa comunque uno strumento soprattutto nella prima e nella terza parte che incorniciano la seconda parte dove c’è più voce e tra l’altro la musica è usata in maniera molto particolare.
Molte cose succedono allo stesso momento! (ride)

Si ci sono molte parti in controcanto, melodie si scontrano e si uniscono. È molto intellettuale e sofisticato. I miei preferiti però sono “Desire” e “Strambini”. Sono molto rilassanti, aiutano ad andare in una sorta di trance.
Bello grazie. Sono due dei pezzi che ho scritto alla chitarra. Ho iniziato a suonare la chitarra 2 anni fa, durante la pandemia avendo un sacco di tempo libero. È stato bellissimo perché non sapendola suonare uscivano fuori delle cose stranissime. Adesso mi oriento un po’ di più però scrivere alla chitarra è una delle cose più divertenti negli ultimi anni. Desire e Strambini sono nate perché strimpellavo e mi piaceva quello che usciva fuori poi ho riorganizzato un po’ il materiale. Desire è nato più come un pezzo anche meditativo, è una canzone che parla di intimità, del valore dell’intimità e di esplorare l’intimità con una persona cara. Strambini è nato un po’ più scherzoso e me lo immagino più come un carillon, una specie di ninna nanna un po’ strana, infatti diciamo che Strambini non vuol dire niente in particolare, anche le parole sono no sense però parlano di amore e di amicizia nel loro lato più ironico e divertente. Sai quando stai con una persona e si crea questo linguaggio particolare, privato quasi, in cui si inventa un vocabolario che è solo interno a quella dimensione di amicizia? Ecco, volevo un po’ ricreare quella sensazione.

Ci sta! Il pezzo che hai scelto per presentare l’album è The Same Way con un video altrettanto internazionale e fuori dai gusti prettamente nostrani. C’è tantissimo rosa. Nasce da una tua idea?
In realtà è nato principalmente dall’idea del regista che è un video maker portoghese. Io come al solito all’ultimo momento gli ho scritto e gli ho detto “Felipe facciamo un video per questo disco” e lui ha detto “si facciamolo” e ha guardato il mio profilo instagram, il mio sito e ha detto “ok credo che tu sia rosa e azzurra” e gli ho detto “come hai fatto a indovinare?”. L’abbiamo girato in casa mia in una giornata, è stato divertentissimo, gli sono molto grata perché ha fatto un lavoro pazzesco.

Non sei la prima artista italiana all’estero, un po’ fuori dagli schemi, che abbia intervistato.  Ma rimanere in Italia e farlo in Italia è davvero cosi impossibile?
Mmmh non lo so, io in realtà mi professo molto ignorante rispetto alla scena italiana, perché vivendo qui ed essendo molto immersa in quello che succede qui, non potrei fare un confronto. Io ho cominciato qui scrivendo in inglese, quindi posso dirti che qui mi trovo molto bene e mi consente di farlo come voglio. Non credo che farei fatica nemmeno in Italia, ma sicuramente non sarebbe lo stesso. Sicuramente non è parte del mio progetto adesso. A parte sentirmi a casa quando torno dalla mia famiglia, dai miei amici non sento tantissimo questo legame che mi  dice “si devo tornare qui e creare arte qui perché lo sento”.

Per quanto riguarda la situazione live, hai già avuto modo di esibirti lì in Olanda? Si sta riprendendo a fare qualcosa? Qui in Italia c’è qualche pallido tentativo.
Gli ultimi due anni sono stati ovviamente molto complicati, ma l’Olanda secondo me ha agito in modo molto intelligente. Si sono subito organizzati e hanno fatto mille live stream, quindi c’era comunque la possibilità di andare nei teatri a suonare ed essere retribuiti, creare un prodotto che non era di consumo immediato ma almeno era qualcosa. Mancava ovviamente tantissimo la presenza del pubblico, e dover registrare come se ci fosse è stata la cosa più strana che io abbia mai fatto.

Ti sei mai esibita in Italia?
In Italia io ho suonato prima della pandemia, nel 2018 con il mio gruppo che era il quintetto originario che adesso si è sviluppato in questo disco. Abbiamo organizzato un tour abbastanza intenso e abbiamo suonato nella mia città, a Crema ed è stato molto divertente. Però poi con la pandemia ho provato a organizzare cose che sono state cancellate e rimandate all’infinito.

Di solito concludo le interviste con una domanda; la nostra rivista si chiama Music Attitude, qual è la tua music attitude nella vita?
Devo pensarci tantissimo. La mia music attitude nella vita……. Essere presi bene, io voglio divertirmi un casino quindi ogni cosa che faccio anche musicalmente mi deve dare questa elettricità di dire “bello mi sto divertendo un sacco”, o mi viene da piangere un sacco. Viverla con intensità sempre. Non abituarsi mai.     

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