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Interviste

Valente: usciremo vivi dagli anni ‘80

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Valente presenta “Radio Sky”, il nuovo lavoro che esce a due anni di distanza da “Controllo”. In questo disco Valente torna a cantare in inglese, ma la base della sua musica è fedele a sé stessa: anni ’80, certo. Sintetizzatori, ok. New wave e dark, va bene. Ma comunque traslati, come dice lui “nei primi 20 anni degli anni 2000”. Gli anni ’80 non sono stati solo lustrini e spalline, spandex e leggins fluo: anche nel nostro paese si aggirava lo spettro della musica dark e gothic che, per fortuna, non è mai scomparso. Ebbene sì: forse siamo usciti vivi dagli anni ’80.

La tua musica sembra scappata dalla new wave anni ’80: adesso, complici anche alcune serie tv, pare che gli anni ’80 siano tornati di moda, ma solo nella loro forma più spensierata: spalline, lustrini, vestiti dai colori improbabili. Cosa sono stati davvero gli anni ’80, per te? Perché se da un lato è vero che i colori fluo imperavano dall’altra c’erano band come i Bauhaus, per dire.

Gli anni 80’ per me sono stati innanzitutto gli anni nei quali ho fatto le mie prime esperienze professionali discografiche con la mia prima band, Art Deco’, iniziando ad incidere i miei primi dischi e ad esibirmi dal vivo. Erano anni di glamour, come dici tu, ma anche anni di spleen esistenziale, che poi sommato al mio naturale spleen adolescenziale di allora: non ti dico che combinazione esplosiva! 

Luce e buio si alternavano ed era questo il lato affascinante dello zeitgeist di allora che si rifletteva anche sulla musica: ad esempio gli Art Deco avevano un repertorio nel quale accanto a canzoni elettro pop e synth wave dalla battuta dance convivevano anche brani più tipicamente mitteleuropei e impregnati di romanticismo decadente e di post punk crepuscolare, dove la sperimentazione prendeva il sopravvento, che poi è anche la formula che ho proposto, aggiornata ai nostri anni, nel mio nuovo album “Radio Sky” dove questa dualità è sempre presente sia nei contenuti dei testi che nel sound.

Per curiosità: come mai sei tornato a scrivere in inglese?

Io ho iniziato scrivendo in inglese e devo dire che mi viene piuttosto naturale; inoltre per questo disco le canzoni mi sono uscite spontaneamente così, direttamente in inglese, senza forzature, anzi il trasporle in italiano, tentativo che ho anche fatto all’inizio, mi è sembrato poco convincente e forzato. Inoltre “Radio Sky” è un album che consapevolmente si rivolge a un pubblico internazionale.

Nel disco parli di una società che consuma come non ci fosse un domani, e che in effetti sta facendo in modo che un domani non ci sia. Gli anni ’80 erano gli anni del consumismo sfrenato da una parte, ma anche della disperazione nera dall’altra, e credo che la tua musica lo rifletta bene. Ci sono le influenze da dancefloor, certo, ma c’è anche quella manina che si alza e fa “Oh, scusate eh, ma mi sa che sta andando tutto a schifio”. Come ci riesci?

Credo di riuscirci perché questa cosa ormai per me è metabolizzata nella mia musica e scrittura, ormai è nel mio DNA.

Sai, gli anni 80, nei quali ero davvero un ragazzetto che si affacciava alla vita e alla musica, furono anche il prosieguo degli anni di piombo: da una parte c’era la voglia di lasciarsi alle spalle la severità intellettuale degli anni ‘70, i quali pero, non dimentichiamolo, furono un decennio incredibile dal punto di vista creativo che musicalmente “seminò” anche la new wave dei primi ‘80, la più avvincente per lo meno; dall’altra c’era la consapevolezza del “riflusso”, una malinconia strisciante nella quale era facile perdersi, anche con un certo compiacimento decadente, sotto un cielo plumbeo che ci piaceva assai e Il successo dell’estetica dark e gothic (tutt’ora è in auge) lo dimostra.

Gli anni ‘80 furono l’inizio del consumismo sfrenato ai danni del primato della cultura e della consapevolezza politica (che fu tipica invece del decennio precedente), ma oggi più che mai quella stagione sembra quasi ingenua e naif rispetto al liberismo economico sfrenato, al consumismo compulsivo e ossessivo e all’appiattimento culturale, anzi al disinteresse generalizzato per la cultura, a meno che non sia supportata da una massiccia dose di esposizione mediatica che la renda trend.

Oggi, la cultura, la realtà stessa sembrano esistere solo se sono sul web o in tv.

Ecco, secondo te: usciremo mai vivi dagli anni ’80?

Beh io credo ne siamo usciti comunque vivi già da molti anni e siamo andati avanti. Sai, anche se nel mio ultimo disco traspare che le mie radici musicali sono evidentemente in quegli anni, nelle mie composizioni mi sforzo sempre di rendere vivo e contemporaneo uno stile che ormai per me non è più solamente “anni 80”, ma, caso mai, come per i 60’s e i 70’s un genere che ormai non ha più’ tempo. Credo che la forma canzone sia un medium espressivo piuttosto datato, per quanto intramontabile, e la contaminazione, che sia in grado di rievocare anche stagioni passate, pur reiventandole, è, secondo me, una strada percorribile per trovare nuove alchimie sonore per uscire vivi non solo dagli anni 80, ma anche dai primi anni ‘20 del nuovo millennio (ride n.d.r.).

Domanda tecnica: come promuoverai la tua musica, ci sono già date in arrivo?

La promozione live sarà senz’altro fondamentale. La data zero di presentazione dell’album e relativo release party si è tenuta a Venezia—Marghera nel club Argo16 il 24 marzo e ad aprile si prosegue con una serie di eventi con lo stesso format, live + dj set a tema, all’Astroclub a Fontanafredda (PN), poi al Vinile Club di Rosà (VI), poi al Ricky’s Cattivi ma Buone ad Abbazia Pisani (PD) e nella bella location di Villa Albrizzi Marini a San Zenone degli Ezzelini (TV). 

Intano iniziamo dal mio territorio, sono Veneto: mi piace molto questo giro dei club dato che con “Radio sky” ho voluto fortemente tornare ad un beat adatto anche al dancefloor.

Per quanto riguarda il resto della promozione, stanno anche girando i videoclip dei primi due singoli estratti “Radio Sky” e “Fly” e ci sono in vista anche parecchi impegni radiofonici.

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