Editoriali
I CELLULARI HANNO ROTTO I COGLIONI
Dagli stadi alle discoteche, l’invasione digitale sta soffocando l’anima della musica live. È ora di spegnere i cellulari e riaccendere le emozioni!
Il sacro rito collettivo dovrebbe iniziare con un’esplosione sonora che ti scuote fin nel midollo, un’oscurità squarciata da lame di luce pulsante, la promessa di un’esperienza che ti marcherà a fuoco l’anima. Invece, sempre più spesso, l’alzarsi del sipario su un concerto somiglia sinistramente all’adunata di un’armata di zombie digitali, ognuno con la propria protesi luminosa eretta come un feticcio. Un amico, reduce da un’esperienza quasi mistica al concerto “telefono-free” dei Ghost a Milano, mi ha aperto uno squarcio in questa deprimente normalità. Forse, dico forse con un pizzico di speranza e cinismo, è proprio in questo radicale ritorno alle origini che si cela la chiave per rianimare la fiamma della musica dal vivo, un fuoco che gli smartphone stanno inesorabilmente trasformando in un flebile bagliore da condividere in una storia Instagram che svanirà dopo 24 ore.
Non prendiamoci per i fondelli: siamo tutti un po’ complici di questo “crimine” contro la sacra liturgia del live. Anch’io, confesso con una punta di vergogna, quando l’inno che mi fa vibrare ogni singola cellula invade l’arena, sento l’irrefrenabile bisogno di catturare quel preciso istante con la fotocamera del mio onnipresente smartphone. Voglio la ripresa perfetta, l’audio cristallino da sbandierare sui social come un trofeo di guerra melodica. Ma poi alzo lo sguardo e mi ritrovo di fronte a un’esercito di braccia tese, di schermi che si ergono come muri tra me e l’artista. Un tarlo roditore si insinua nella mente: non stiamo forse trasformando un’esperienza unica in un patetico home video sgranato, buono al massimo per racimolare una manciata di “mi piace” da contatti che probabilmente stavano scrollando distrattamente il feed?
E diciamocelo chiaramente, ‘sti cazzo di cellulari ci hanno veramente rotto i coglioni, e da questo momento, ve lo giuro, li userò sempre meno. Non sono un influencer di stocazzo, ma un semplice appassionato che ha bisogno di staccare e vivere la musica senza filtri.
E poi c’è la mia personale, tragicomica saga con i selfie ai concerti. Una vera e propria maledizione che mi perseguita come l’ombra. Ricordo ancora con un misto di vergogna e ilarità il mio tentativo, fallimentare e reiterato, di immortalare la mia presenza epica (almeno nelle mie intenzioni) a un show di Axwell. Ogni scatto una disfatta degna di una commedia dell’assurdo: troppo buio, mosso come un valzer epilettico, o con la sua faccia contorta. Qualcuno scatti, evitiamo gli autoscatti vi prego. Risultato? Un selfie pessimo, accecato da un lampo assassino che sembrava provenire dall’inferno dei pixel.
Florence Welch, ninfa scalza e vibrante dei Florence and the Machine, lo ha capito da tempo. Nel culmine liberatorio di “Dog Days Are Over“, interrompe tutto, implora la folla di deporre i propri smartphone e di abbandonarsi a un’estasi collettiva fatta di salti e abbracci.
Già nel lontano 2013, una Cyndi Lauper esasperata osò strappare fisicamente un telefono dalle mani di un fan. Non sorprende quindi che un numero sempre maggiore di icone musicali stia adottando misure drastiche. Bob Dylan, con la sua leggendaria reticenza, ha imposto un vero e proprio bando agli smartphone per il suo prossimo tour italiano, sigillando i dispositivi in speciali custodie Yondr. Una scelta condivisa da giganti come Alicia Keys, John Mayer, i Guns N’ Roses, Jack White, Iron Maiden. L’azienda Yondr, in sorprendente ascesa, offre una soluzione concreta: all’arrivo, i telefoni vengono “imprigionati” in queste custodie high-tech, per essere liberati solo al termine dello spettacolo. Un piccolo sacrificio in cambio della promessa di un’immersione totale nell’esperienza live.
Altri artisti optano per approcci diversi: Cosmo, nel suo ultimo tour, ha distribuito adesivi da appiccicare sulle fotocamere, creando un’atmosfera di ritrovata connessione. I King Crimson in passato esponevano cartelli espliciti che vietavano l’uso dei telefoni. Alcuni locali, come il Casa Mia Club di Genova e il Nolita di Ponte di Piave, hanno introdotto serate “digital detox“, sigillando i cellulari all’ingresso per riscoprire il “vero divertimento” e le “connessioni autentiche”.
E da questa esasperazione per l’iperconnessione stanno emergendo curiosi antidoti. Pensiamo al “metatelefono“: un semplice pezzo di plastica trasparente divenuto virale, simbolo di una necessaria “disintossicazione digitale”. Non è la soluzione, ma un chiaro segnale che la ricerca di autenticità, anche nella musica dal vivo, spinge a riconsiderare il nostro rapporto con gli schermi, per tornare a vivere il presente.
Certo, c’è anche chi difende l’uso del cellulare ai concerti: per catturare ricordi preziosi o condividere l’emozione con amici lontani. Alcuni artisti, come Rosalìa, Lady Gaga e Taylor Swift, hanno intelligentemente integrato questa dinamica, progettando scenografie “social-friendly”, quasi come se il concerto fosse un gigantesco set fotografico. Una consapevolezza del potere virale dei contenuti generati dai fan, ma un’arma a doppio taglio.
Ma c’è chi, come Dave Gahan dei Depeche Mode, tuona dal palco con la veemenza di un profeta: “Metti via quel telefono e goditi il concerto!“. Un grido di frustrazione condiviso da artisti stanchi di esibirsi di fronte a una selva di schermi luminosi, come Beyoncé, Adele e Bruno Mars. Quest’ultimo ha confessato la difficoltà di “leggere le sensazioni del pubblico quando guardi un muro di telefoni”. Persino i fan iniziano a ribellarsi, lamentando di non voler “essere disturbata da persone che cercano solo di memorizzare il momento sui loro dispositivi mobili” dopo aver pagato profumatamente. Damon Albarn, pur non condividendo l’approccio drastico di Dylan, solleva un punto cruciale: «Se coinvolgi la gente, non le viene voglia di mettersi a guardare il telefono».
Anche le discoteche non sono immuni. Bob Sinclar, dopo una deprimente serata a Mykonos, ha lanciato un appello disperato: “Basta cellulari in discoteca, altrimenti è un incubo!“. La sua frustrazione nel vedere una pista da ballo immobile è un’eco del malessere che serpeggia tra gli addetti ai lavori del clubbing.
Ma allora, qual è il futuro? Arriveremo a un punto in cui smartphone sigillati all’ingresso diventeranno la norma? O rimarrà una scelta elitaria?
Forse la risposta risiede in un cambio di mentalità collettivo, una “disintossicazione” di massa. Non demonizzare la tecnologia, ma educare a un suo utilizzo più consapevole e rispettoso. Imparare a scegliere con cura i momenti da immortalare, senza trasformare un intero concerto in una frenetica sessione di riprese amatoriali. Ricordare che la memoria più nitida non è quella archiviata in un file digitale, ma quella incisa nel cuore dall’emozione condivisa, dallo sguardo complice con uno sconosciuto che sta vivendo la tua stessa epifania sonora.
Il concerto “telefono-free” dei Ghost e le iniziative pionieristiche di alcune discoteche non sono anacronismi, ma forse i vagiti di una nuova consapevolezza, un sussurro che ci invita a riconsiderare il nostro rapporto con la tecnologia negli spazi sacri della musica e del ballo. Perché la vera magia non si cattura attraverso una lente, ma si vive, si respira, si incide nell’anima. E per farlo, l’unica vera rivoluzione è spegnere quel piccolo tiranno luminoso e alzare le mani al cielo, finalmente liberi di ballare, di cantare a squarciagola (anche stonando), di sudare, di abbracciare sconosciuti e, soprattutto, di sentire. Senza filtri digitali interposti. Dannazione.
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