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Post-punk, ironia e vermi: i Viagra Boys devastano Collegno

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Viagra Boys - Foto di Franco Rodi

Se pensate che il rock sia morto, probabilmente non siete stati al Flowers Festival di Collegno la sera del 5 luglio. Da anni i Viagra Boys demoliscono ogni certezza, destrutturando e scomponendo gli stereotipi sociali e la musica stessa. La loro è una giungla sonora fatta di sudore, pogo sfrenato e sax distorto, un rituale collettivo in cui le pose da star si rivelano sberleffi, senza filtri né compromessi. Un’onda travolgente di post-punk brutale che investe migliaia di persone, lasciando il pubblico stordito, elettrizzato e affamato di altro.

Chi ancora non li ha incontrati nel loro percorso ormai decennale dovrebbe partire dalle coordinate di Iggy Pop e dei suoi The Stooges, dei The Fall e, volendo, di Suicide. La satira verso la mascolinità tossica (da cui il nome della band), un’anima rockabilly decomposta e l’attitudine da white-trash nichilista rendono i Viagra Boys una delle band imperdibili della scena post-punk contemporanea. In studio funzionano, ma è dal vivo che si compie il rito.

Nato nel 2015, il Flowers Festival, una produzione di Hiroshima Mon Amour, è cresciuto fino a diventare uno degli appuntamenti estivi più rilevanti del panorama musicale italiano. La location scelta, il suggestivo Cortile della Lavanderia a Vapore, ha un valore simbolico: spazio di rigenerazione urbana e culturale, accoglie musica e teatro fin dagli anni Ottanta, consolidandosi oggi come punto di riferimento per la scena live, sia nazionale che internazionale. Un luogo pensato per la gente, con una visibilità perfetta del palco da ogni angolazione, file rapidissime per cibo e bevande, e parcheggi facilmente accessibili, testimonianza che quando c’è amore per la musica si può anche rendere felice il pubblico, bravissimi.

La decima serata ha offerto un cartellone di grande qualità, con la presenza di nomi storici e nuove voci del panorama alternativo. A rompere il ghiaccio sono stati i Circus Punk, duo brianzolo nato tra i club e le cantine rumorose della provincia, che fonde punk, garage e un’attitudine caotica e viscerale. La loro è musica sporca, vibrante, che grida libertà, disagio e spirito DIY. Il loro stesso nome è un ossimoro perfetto: circo come caos organizzato, punk come rottura, rabbia e identità. Sul palco del Flowers trasformano lo show in un’esplosione tribale, tra feedback continui, urla e un groove primordiale che fa saltare anche i più scettici. Nonostante la serrata scaletta della serata, il pubblico chiede a gran voce il bis: vengono accontentati.

Alle 21:15 salgono sul palco i Tre Allegri Ragazzi Morti. Davide Toffolo e compagni sono una vera istituzione della scena indie italiana. Le loro iconiche maschere bianche sono ormai parte del nostro immaginario sonoro e visivo. Attivi da quasi trent’anni, i TARM sono stati in grado di mescolare l’ironia alla malinconia, il punk rock al folk, le riflessioni esistenziali alla leggerezza. Sul palco del Flowers alternano classici cantati a squarciagola dal pubblico a momenti più intimi. Qualcuno dalle prime file urla “vogliamo pogare” e in effetti il crescendo emotivo sfocia in balli, abbracci e cori liberatori. La loro presenza rappresenta il ponte ideale tra il passato e il presente della musica alternativa italiana, custodi di un’identità che resiste al tempo.

Pochi minuti dopo le 22:40, i Viagra Boys prendono il controllo della scena. Attaccano con “Man Made Of Meat”, primo singolo del loro ultimo – ottimo – album “Viagr Aboys”. Il pubblico, eterogeneo per età e background, risponde con entusiasmo a ogni provocazione di Sebastian Murphy, performer magnetico e imprevedibile. Durante il brano “Sports” si piega in flessioni goffe, con un sorriso allucinato e dissociato. Murphy guarda tra la folla e urla: “Anyone here into sports? I thought I saw some football jerseys out there! Fuck that!”

Poi scambia battute con le prime file, incita, suda, deraglia. C’è anche il tempo per urlare “Free Palestine”. È il rituale di una possessione collettiva, dove lui è lo sciamano, il profeta scalzo che guida il culto. “I’m just a man made of meat”, dice, e nella sua precarietà urlata c’è tutta la vulnerabilità dell’uomo contemporaneo. I visual sul palco proiettano scene di delirio, icone religiose distorte, carne. La band suona precisa, sporca, devastante, enormi. La scaletta pesca a piene mani dall’ultimo lavoro in studio, ma anche da “Street Worms”. Meno spazio è stato concesso invece al loro capolavoro Cave World (solo tre brani), scelta che può sorprendere, ma che ribadisce come la band si rifiuti di trasformarsi in una caricatura del proprio passato.

Il set chiude con “Worms”, un congedo onirico che suona come un epitaffio: “The same worms that eat me will someday eat you too”. Un pensiero che sembra uscito da Bukowski. “You’re not special,” pare dirti Murphy tra una smorfia e una caduta scenica.

Eppure in quella consapevolezza disturbante, quasi misantropa, c’è un senso di liberazione. Come scriveva Burroughs: “Nothing is true, everything is permitted.” I Viagra Boys non ti danno risposte, ma ti ricordano quanto sia ridicolo fingere di averle.

Questa edizione del Flowers Festival, grazie a serate come questa, si conferma non solo come vetrina della migliore musica internazionale, ma anche come luogo di incontro, scambio e crescita culturale. Il 5 luglio resterà impresso nella memoria degli spettatori come uno di quei momenti in cui il rock ha dimostrato di non essere morto, ma solo mutato in qualcosa di nuovo ma che sa di primordiale, un’orgia di suoni e corpi, un’esperienza che ti lascia più vivo, anche solo per una sera. Se non c’eravate, avete perso qualcosa. Ma non è troppo tardi per recuperare: i Viagra Boys sono ancora là fuori, pronti a smontarvi. E magari, a ricomporvi.

Clicca qui per vedere le foto dei Viagra Boys al Flowers Festival, oppure sfoglia la gallery qui sotto:

Viagra Boys - Flowers Festival 2025

Testo di Giovanni Cantamessa
Foto di Franco Rodi