Editoriali
Radiohead: perché si parla di boicottaggio?
Si vociferava ormai da un pezzo del ritorno dei Radiohead con un tour europeo. Le cose sono andate esattamente come ci si aspettava: sold-out in pochi minuti, polemiche da chi non è riuscito a trovare un biglietto e un sistema dí registrazione sulla carta perfetto ma che aveva più insidie e regole della peggiore burocrazia. Tuttavia, parallelamente al successo si è riaccesa anche una controversia ormai storica: il boicottaggio culturale legato a Israele, che ha coinvolto la band e molti altri artisti. Ma cosa spinge davvero gruppi e attivisti a chiedere di boicottare un tour?
Per comprendere bene tutto il contesto è importante partire dal movimento BDS (Boycott, Divestment and Sanctions), nato con l’obiettivo di fare pressione sulle politiche di Israele contro lo stato palestinese. Il boicottaggio culturale e pacifico, è uno dei modi per mobilitare l’opinione pubblica internazionale. L’idea è semplice: privare uno Stato di legittimità culturale e artistica può contribuire a far emergere le ingiustizie, incoraggiando un cambiamento politico.
Capire perché i Radiohead siano diventati un bersaglio del movimento BDS significa quindi entrare in una delle questioni più delicate del rapporto tra musica e politica. In questo contesto, chi si esibisce in Israele o collabora con istituzioni culturali ad esso legate finisce inevitabilmente sotto accusa. Per i Radiohead, lo spartiacque è stato il 2017, quando decisero di suonare a Tel Aviv nonostante gli appelli del BDS a rinunciare al concerto. Da quel momento la band è diventata un simbolo della frattura: da un lato milioni di fan, dall’altro una società sempre più attenta al ruolo politico della musica.
Il maggiore bersaglio delle polemiche è stato Jonny Greenwood, chitarrista del gruppo, genio musicale, che negli anni ha collaborato con decine di artisti da tutto il mondo, ma anche con l’israeliano Dudu Tassa, portando avanti progetti che hanno trovato spazio anche nei club di Tel Aviv in momenti di forti tensioni politiche. Per il BDS questo è stato un segnale di legittimazione, tanto da rilanciare la richiesta di boicottare i Radiohead finché non prenderanno una posizione netta contro il genocidio dei palestinesi a Gaza.
Greenwood ha sempre difeso quelle collaborazioni, sostenendo che sono proprio i progetti musicali capaci di mettere insieme artisti ebrei e arabi degli strumenti culturali preziosi, e che spegnerli in nome del boicottaggio significherebbe imboccare la strada della censura.
Anche Thom Yorke ha reagito alle critiche, pubblicando una lunga lettera aperta in cui ha condannato le derive estremiste da entrambe le parti e condannando l’uso della cultura come terreno di scontro. Yorke non ha risparmiato attacchi all’agenda ultranazionalista del governo Netanyahu, ma ha rifiutato la logica della “caccia alle streghe”, chiedendo un dialogo che non si limiti a schieramenti netti e semplificazioni.
Il risultato è che oggi i Radiohead incarnano perfettamente la tensione tra due visioni inconciliabili: da un lato chi chiede agli artisti di trasformare i propri palchi in strumenti di lotta politica, dall’altro chi difende la musica come spazio libero, dove il confronto resta possibile. Nel mezzo ci sono i fan, divisi tra chi li accusa di complicità e chi li sostiene in nome della libertà artistica.
Oggi boicottare un tour di artisti che si esibisce o si è esibito in Israele o che hanno collaborazioni con artisti o istituzioni israeliane è visto da molti come un atto di solidarietà verso i palestinesi e un modo per denunciare le condizioni di oppressione e occupazione, nonché una condanna ai crimini di guerra. Da qui le proteste e le richieste di boicottaggio rivolte a band come i Radiohead, accusate di ignorare queste implicazioni o di legittimare indirettamente la situazione.
Roger Waters, ex Pink Floyd, è probabilmente il volto più noto del boicottaggio: da anni sfrutta la sua fama per spingere altri artisti a rifiutare Israele, trasformando ogni concerto in un manifesto politico. Brian Eno, produttore e musicista, ha fatto scelte simili, rinunciando a festival importanti pur di restare coerente con la sua posizione. Ken Loach, dal canto suo, ha scelto la via dell’impegno diretto: i proventi dei suoi eventi in Israele sono stati devoluti a organizzazioni palestinesi e le sue dichiarazioni non hanno lasciato spazio a dubbi, chiedendo di interrompere qualsiasi scambio culturale con lo Stato israeliano.
Sul fronte opposto c’è chi vede le cose diversamente. Nick Cave, ad esempio, ha più volte definito il boicottaggio culturale un errore strategico, convinto che la musica debba rimanere un terreno di incontro, non un’arma da brandire in un conflitto politico. In passato anche altri musicisti iconici hanno difeso il loro diritto di suonare in Israele, da Madonna a Paul McCartney.
Da una parte, dunque, ci sono coloro che vedono nel boicottaggio un atto di coerenza morale, convinti che la cultura, inclusa la musica, non possa restare neutrale di fronte alle ingiustizie sociali e politiche. Per queste persone, sostenere il boicottaggio significa riconoscere il potere della musica non solo come mero intrattenimento, ma come veicolo di responsabilità etica.
Dall’altra, invece, ci sono quelli che difendono la musica come linguaggio universale, un ponte capace di superare barriere culturali e politiche.
La riflessione amara che ne consegue è che una lingua così profondamente universale come la musica, capace da sempre di comunicare emozioni senza bisogno di traduzioni, quando diventa business, si ritrovi incagliata e imbrigliata in questioni enormi e complesse che travalicano il suo stesso significato artistico.
In questo intreccio di ethos, politica e mercato, la musica ci mostra anche i suoi limiti e la sua straordinaria capacità di riflettere le contraddizioni e le sfide del mondo contemporaneo. Forse, proprio in questa tensione risiede la sua forza più autentica: farci sentire quanto il dialogo e l’incontro siano difficili nella società dell’iperconnessione, ma anche imprescindibili, per costruire un futuro più giusto e umano.
