Editoriali
Playlist, profitti e droni: gli artisti alla resa dei conti con Spotify
C’è stato un tempo in cui la misura del successo di una band erano i dischi venduti, le copie in vinile che giravano nei negozi, le pile di CD accatastati nei centri commerciali. Oggi quella misura si chiama streaming, ed è un impero che non conosce crisi. Nel 2025 rappresenta ormai la spina dorsale dell’industria musicale globale: oltre 20 miliardi di dollari di fatturato nel 2024, pari al 69% dei ricavi della musica registrata. In Italia, la fotografia è simile: il 67% del mercato discografico passa dallo streaming, mentre i CD sono ormai al lumicino e il vinile, paradossalmente, vive una seconda giovinezza da culto, crescendo del +17% solo nei primi sei mesi dell’anno. Nessuno compra più la proprietà del brano, tutti pagano l’accesso. Si tratta di un modello che ha cambiato la percezione stessa della musica, trasformandola in flusso, in servizio. Ma che cosa significa per chi la musica la crea?
Quanti soldi fa un artista su Spotify?
Concentriamoci su Spotify, attualmente al centro di un uragano. La risposta breve: pochi, a meno che tu non sia già enorme. Lo stream medio su Spotify paga tra 0,003 e 0,005 dollari. Per arrivare a 1.000 dollari servono dai 200.000 ai 330.000 ascolti. Per guadagnare 5.000 dollari, un milione di stream. Non è difficile capire che, per un artista indipendente, questi numeri sono quasi proibitivi.
Certo, i big fanno storia a sé: nel 2024 più di 200 artisti hanno incassato oltre 5 milioni di dollari dallo streaming, e circa 1.500 hanno superato il milione. Ma la stragrande maggioranza naviga sotto la soglia di sopravvivenza. Per molti, i concerti, il merchandising o perfino Patreon valgono più di Spotify.
A rendere tutto più complicato c’è la catena di intermediazione: Spotify non paga direttamente l’artista, ma i detentori dei diritti (etichette, editori, distribuzioni). Solo dopo quella spartizione arriva la quota per l’artista, spesso molto più magra di quanto immaginato dai fan.
Eppure, malgrado le lamentele, quasi nessuno riesce a rinunciare alla visibilità globale che garantisce la piattaforma. Il dilemma resta sempre lo stesso: meglio pochi soldi ma essere ovunque, o togliere la propria musica rischiando di sparire dall’orecchio comune?
L’ombra lunga di Daniel Ek
Se già i numeri economici rendono difficile il rapporto tra artisti e piattaforme di streaming, nel 2025 il caso di Daniel Ek, fondatore e CEO di Spotify, ha trasformato la questione in un vero terreno di scontro etico e politico.
Ek ha investito centinaia di milioni di euro nella startup militare tedesca Helsing, con sede a Monaco di Baviera e fondata nel 2021 da Torsten Reil, Gundbert Scherf e Niklas Köhler. Helsing è specializzata nello sviluppo di tecnologie avanzate di intelligenza artificiale applicata alla difesa, producendo droni da combattimento autonomi come l’HX-2, già impiegati nei conflitti in Ucraina. L’azienda è una delle startup europee più capitalizzate nel settore defense tech, valutata intorno ai 12 miliardi di euro dopo il round da 600 milioni guidato da Ek tramite il fondo di investimento Prima Materia, di cui è presidente del consiglio di amministrazione.
I profili dei membri del consiglio e del management di Helsing includono figure con esperienza in ambiti militari e tecnologici molto sensibili, come Robert Fink, CTO ed ex ingegnere di Palantir, una società nota per la sua attività nei sistemi di sorveglianza e intelligence militare, oltre a collaborazioni con importanti attori della difesa europea come Rheinmetall e Saab. Questo intreccio di figure e interessi sottolinea la natura strategica e controversa dell’azienda.
La contraddizione è evidente: Spotify, piattaforma che offre playlist per rilassarsi, compilation per dormire o soundtrack studiate per accompagnare la vita quotidiana di milioni di persone, è guidata da un CEO che investe in tecnologie capaci di perfezionare la guerra a distanza, con droni intelligenti che spingono la distruzione a un nuovo livello di precisione e automazione. È un corto circuito morale acuito dal fatto che il business musicale fatica già da tempo a garantire compensi adeguati agli artisti, i quali ora si trovano indirettamente a finanziare con i loro ascolti un settore controverso come quello militare.
Il ruolo dei Massive Attack nella protesta contro Spotify
In questi giorni i Massive Attack hanno formalmente chiesto a Universal Music, la propria etichetta discografica, non solo la rimozione dell’intero loro catalogo da Spotify ma anche dalle piattaforme di streaming che operano in Israele. Una scelta coerente all’adesione alla campagna internazionale No Music for Genocide, che raccoglie oltre 400 artisti e ha come obiettivo il blocco della diffusione musicale in Israele come forma di protesta contro il genocidio e le violazioni dei diritti umani nei territori palestinesi.
Attraverso i loro canali, i Massive Attack hanno sottolineato come gli investimenti di Daniel Ek trasformino i guadagni generati dagli artisti e dagli ascoltatori in finanziamenti indiretti a tecnologie militari. A un peso economico che già grava da anni sulla musica, si aggiunge quindi un fardello etico e morale: quello di non diventare complici di un sistema bellico percepito come letale e distopico.
Il gesto dei Massive Attack non arriva dal nulla. La campagna No Music for Genocide è un fronte variegato, dove convivono musicisti indipendenti e nomi di spicco della scena elettronica, hip-hop e alternative rock. Nicolas Jaar, Kae Tempest e i post-punk Squid hanno aderito pubblicamente, scegliendo forme di protesta diverse: c’è chi blocca nuove uscite sulla piattaforma, chi devolve i proventi a ONG, chi partecipa a compilation benefiche. Non tutti hanno la forza contrattuale per imporre un ritiro totale, ma la somma di queste azioni alimenta un movimento crescente. È un flusso che si riallaccia a precedenti episodi di boicottaggio, come quello di Neil Young e Joni Mitchell contro la disinformazione pandemica, e che oggi assume un carattere ancora più politico, mettendo in discussione il legame tra cultura, finanza e industria bellica.
Oggi i Massive Attack contano su quasi 8 milioni di ascoltatori mensili e il loro gesto avrà sicuramente un impatto sulle loro finanze. Durante il tour che li sta portando in giro da un paio d’anni la band aveva già denunciato pubblicamente il costo umano e materiale dei bombardamenti nella Striscia di Gaza con dati e immagini proiettate sui maxischermi nel loro stile futuristico e distopico.
La rimozione completa dei brani tuttavia richiederà però tempi tecnici, soprattutto per via dei contratti con le major, che gestiscono diritti e distribuzione. Intanto il gesto diventa un punto di riferimento per altri artisti indipendenti e mainstream, che hanno seguito l’esempio richiedendo cancellazioni o aderendo a simili iniziative di boicottaggio.
I Massive Attack rappresentano un simbolo di una nuova ondata di protesta etica contro le ambiguità interne a un’industria musicale sempre più intrecciata con interessi geopolitici e finanziari controversi, incarnati dalla figura di Daniel Ek e dal suo legame con l’industria militare
Il bivio è chiaro: da un lato, la musica come linguaggio universale di vita, speranza e condivisione; dall’altro, la tecnologia militare che incarna sopraffazione e distruzione. Spotify oggi si trova così al centro di una polemica che va ben oltre i numeri e i modelli di business, per toccare questioni etiche, morali e culturali che scuotono le fondamenta stesse del rapporto tra arte e industria.
