Editoriali
Kneecap: archiviate le accuse di terrorismo contro Mo Chara
Il procedimento è stato archiviato per motivi tecnici: l’accusa è stata presentata oltre il termine legale previsto, garantendo un’importante vittoria per la libertà d’espressione.
La storia dei Kneecap inizia con una scritta in gaelico su una pensilina di Belfast. La parola era cearta – diritti – e quel gesto di vandalismo politico è diventato la matrice della loro musica: diretta, irriverente, radicata in un territorio che non ha mai smesso di fare i conti con il proprio passato.
Dal 2017, Mo Chara, Móglaí Bap e DJ Próvaí hanno costruito un lessico fatto di inglese e irlandese, droga e satira, provocazione e identità culturale. Il loro primo singolo fu censurato dalla radio pubblica, ma quella censura li ha resi un fenomeno. Oggi sono riconosciuti come i pionieri di un rap che riporta l’irlandese nelle strade, lontano dai manuali scolastici, e lo mescola con beat che richiamano tanto l’hip hop americano quanto il punk dei pub nordirlandesi.
Ma i Kneecap non esistono senza conflitto. Le loro canzoni evocano repubblicanesimo, anticolonialismo e working class culture, usando simboli e linguaggio che scivolano spesso nel territorio dell’ambiguità. Il passamontagna di Próvaí, l’ironia sul nome “Kneecap”, i riferimenti alla droga: tutto contribuisce a costruire un immaginario volutamente polarizzante.
Questa tensione si è spostata dal palco al tribunale nel novembre 2024, quando Mo Chara, durante un concerto a Londra, ha sventolato una bandiera di Hezbollah e urlato slogan pro-Hamas. Nel Regno Unito, dove la legge antiterrorismo vieta qualsiasi sostegno a organizzazioni considerate terroristiche, l’episodio è diventato immediatamente un caso legale. Incriminato a maggio 2025, il rapper si è ritrovato al centro di un processo che ha attirato tanto attivisti pro-Palestina quanto l’attenzione della stampa internazionale.
L’accusa parlava di propaganda terroristica in base al Terrorism Act, che punisce chi espone simboli o sostiene pubblicamente organizzazioni terroristiche. Ma il processo, apertosi in una Westminster Magistrates Court assediata da manifestanti e fan, si è risolto con un tecnicismo legale: il giudice Paul Goldspring ha dichiarato nulle le accuse, perché presentate oltre il termine massimo di sei mesi previsto per questo tipo di reati e quindi fuori giurisdizione per quel tribunale. Il processo si è concluso con l’archiviazione dell’imputazione contro Liam Óg Ó hAnnaidh – in arte Mo Chara – accolto dagli applausi in aula e dai messaggi di vittoria sui social.
La difesa ha sostenuto che si trattava di una provocazione politica, non di sostegno armato, sottolineando come il procedimento fosse parte di un tentativo più ampio di mettere a tacere le voci che denunciano il genocidio in Gaza. Mo Chara stesso ha dichiarato che il processo non riguardava lui o la sicurezza pubblica, ma la libertà di espressione e la solidarietà con il popolo palestinese.
Nel frattempo, l’impatto del caso si è fatto sentire ovunque: tour negli Stati Uniti e Canada cancellati, bandite dai festival come lo Sziget, e divieti d’ingresso in alcuni paesi europei, con le autorità che vedevano nella band un pericolo politico e sociale.
Ma il 2024 non è stato solo tribunali e controversie. È stato anche l’anno del debutto cinematografico per i Kneecap, con il film diretto da Rich Peppiatt e presentato al Sundance Festival. Non un biopic convenzionale, ma un’opera che cattura l’energia disordinata e magnetica del trio, oscillando tra realtà e finzione. Il film racconta la lotta di due ragazzi tra spaccio, risse e sogni, all’ombra di un insegnante – il riservato DJ Próvaí – che vede nel rap in gaelico uno strumento potente per resistere all’oblio della memoria e della lingua.
Così la parabola dei Kneecap si muove parallelamente tra due palcoscenici: quello del tribunale che ha messo alla prova la loro libertà di espressione in Europa, e quello del cinema, che ha consacrato il loro immaginario ribelle a livello internazionale (pur prendendosi delle grandi libertà creative).
In entrambi i casi, la band ha trasformato le contraddizioni della propria esistenza in una narrazione potente e impossibile da ignorare.
Il verdetto del giudice e gli applausi ricevuti a Sundance raccontano la stessa storia: i Kneecap sono più di una band hip hop. Sono un cortocircuito culturale, un esperimento riuscito di come musica, politica e arte visiva possano farsi linguaggio unico.
