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Editoriali

Quando i Judas Priest furono accusati di omicidio: l’heavy metal sul banco degli imputati

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Judas Priest - Foto Giuseppe Craca

Oggi il metal è un genere sdoganato, presiedere ad un concerto di Metallica e Iron Maiden è considerato un must anche per chi non si definisce propriamente un metallaro, ma fino agli anni ’90 il genere da molti era considerato solo una sottocultura talvolta deviante e aberrante.

La vicenda segue l’onda lunga delle bufale legate ai messaggi subliminali, che convinse le folle che dei fotogrammi in una pellicola o dei messaggi sapientemente nascosti nelle registrazioni musicali potessero influire sulla psiche delle persone obbligandole ad agire contro la propria volontà sotto una sorta di effetto ipnotico.

Molte sono state le band accusate dell’uso di messaggi subliminali più o meno satanici, tra di esse Led Zeppelin, Beatles, Queen e addirittura gli Eagles, ma nessuna di esse arrivò al punto da finire in tribunale.

I fatti.

L’episodio risale al 23 dicembre 1985 a Reno, in Nevada. Due ragazzi, Raymond Belknap (18 anni) e James Vance (20 anni), trascorsero la giornata ascoltando musica metal e bevendo alcolici. A un certo punto decisero di recarsi in un parco giochi abbandonato con un fucile. Belknap si sparò un colpo alla testa e morì sul colpo; Vance sopravvisse, ma riportò gravissime ferite al volto e morì tre anni dopo a causa delle complicazioni.

I familiari dei giovani non accettarono l’ipotesi del gesto disperato dettato da fragilità personali. Puntarono il dito contro i Judas Priest, sostenendo che i brani contenuti nell’album Stained Class (1978) avessero indotto i ragazzi al suicidio. In particolare, secondo l’accusa, il brano “Better By You, Better Than Me” celava messaggi subliminali, tra cui un presunto “do it” (“fallo”), che avrebbero suggestionato le menti vulnerabili degli adolescenti, spingendoli all’atto estremo.

Judas priest – Better by You, Better Than Me

Fu così che i Judas Priest furono denunciati e messi sotto processo con l’accusava di “omicidio indiretto” attraverso i messaggi contenuti nella loro musica.

Il processo, iniziò nel 1990 e In tribunale la band dovette difendersi non solo come musicisti, ma come individui accusati di aver manipolato psicologicamente dei fan fino alla morte. Rob Halford, il cantante, fu chiamato a testimoniare e arrivò persino a cantare in aula per dimostrare come fosse facile percepire frasi “nascoste” in qualunque brano se ascoltato al contrario o con la giusta suggestione.

Gli avvocati della difesa ribadirono che non esistevano prove scientifiche dell’efficacia di presunti messaggi subliminali. Inoltre sottolinearono che la canzone incriminata non era neppure stata scritta dai Judas Priest, ma era una cover dei Spooky Tooth. Alla base della tragedia, sostennero, non c’era la musica, bensì la condizione personale dei due giovani: problemi familiari, abuso di sostanze e fragilità psicologica.

Dopo settimane di testimonianze, analisi tecniche e dibattiti, il giudice decise di assolvere i Judas Priest da ogni responsabilità. Pur riconoscendo che il suicidio di Vance e Belknap fosse una tragedia, concluse che non vi era alcun nesso causale tra la musica e il gesto. Tuttavia, il caso rimase emblematico: per la prima volta un gruppo rock era stato formalmente accusato in tribunale di aver istigato la morte dei propri fan.

Conclusioni.

Oggi la vicenda viene ricordata come una dimostrazione di quanto fosse forte il pregiudizio contro il metal e contro le sottoculture giovanili. I Judas Priest uscirono dal processo con la reputazione intatta, anzi quasi rafforzata: il pubblico vide in loro dei capri espiatori ingiustamente attaccati. La band continuò la propria carriera, diventando ancora più simbolo di resistenza contro i pregiudizi.