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Jon Spencer & the Hitmakers al Magnolia: il garage blues che non muore.
Non ricordo quanti anni avessi all’epoca, ma ricordo bene come arrivai alla musica di Jon Spencer: seguendo le tracce di Steve Albini. Era un periodo di ricerca quasi filologica, passavo ore a scandagliare discografie, credits, registrazioni, alla caccia di tutto ciò che portasse la firma o anche solo l’odore di quel suono ruvido e senza compromessi. Fu così che mi imbattei nel debutto dei Jon Spencer Blues Explosion, e capii che il blues poteva essere punk, e che il punk poteva essere blues.
A diciassette anni non avevo ancora scoperto che si potesse fare rock’n’roll con quella sfrontatezza, con quella sensualità distorta, dove ogni fill di batteria sembrava una minaccia e ogni riff di chitarra un sorriso storto.
Vent’anni dopo quella scoperta e dopo averlo visto per la prima volta dal vivo al Zanne Festival di Catania nel 2013, un festival con una lineup memorabile e una vita troppo breve, eccomi di nuovo davanti a lui. Stesso animale, nuova pelle.

Perché nel frattempo, anche per Spencer, le cose sono cambiate. I Blues Explosion si sono sciolti, Heavy Trash è rimasto un ricordo a metà tra il rockabilly e l’allucinazione, e oggi c’è un nuovo progetto: Jon Spencer & the Hitmakers. Una band che prende il suono iconico di Spencer — quel misto di fuzz, sudore e groove, e lo riveste di un’urgenza moderna, ma riproponendo brani nuovi e celebri del repertorio dei JSBX, Boss Hog e ovviamente Pussy Galore .
Quando arrivo al Circolo Magnolia, locale storico di Milano che ospita spesso band leggendarie, la sensazione è quella di una serata sospesa nel tempo. Non è una delle notti più affollate del locale: niente code chilometriche, niente ressa sotto al palco. Ma chi c’è, sa esattamente perché è lì. Il pubblico è un piccolo esercito di devoti, gente che conosce i dischi, che ha consumato le copertine, che sa che Bellbottoms è molto più di una canzone cult finita nella colonna sonora di Baby Driver.
L’atmosfera, però, è elettrica. Densa. Si sente che qualcosa sta per succedere. Purtroppo arrivo tardi per ascoltare integralmente il set di James Goodwin, ma sentendo solo l’ultima parte mi è venuta voglia di scoprirlo meglio: solo lui e la chitarra elettrica sul palco, come un vecchio bluesman in un club fumoso da qualche parte in US.
Jon sale in sordina qualche minuto prima per sistemare gli amplificatori. Adoro quando artisti con questa allure di leggenda si comportano ancora come dei ragazzi che suonano al club sotto casa. Ma quando Jon Spencer e compagni salgono ufficialmente sul palco, il Magnolia cambia colore.
È vestito di nero, come sempre, elegantissimo e con quell’aria da scienziato del suono che ha passato troppi anni chiuso in un laboratorio pieno di amplificatori bruciati. Si muove come se ogni passo avesse una funzione precisa, come se ogni gesto fosse una parte del groove.
Dietro di lui, la formazione attuale degli Hitmakers è compatta e micidiale: alla batteria il funambolico Macky Spider Bowma, presenza scenica incredible e un impatto sonoro devastante e al basso Kendall Wind che pompa linee così profonde da far tremare i bicchieri del bar. Si muovono compattissimi. Sembrano insieme da decenni.
Spencer prende il microfono e senza un saluto, senza un’introduzione, attacca.
Il primo pezzo arriva come una scarica elettrica, e da lì in poi non ci sono pause.
Niente chiacchiere, niente respiri tra un brano e l’altro. Solo un flusso continuo di suoni, rumori, urla, groove e feedback.

È come se avesse deciso di comprimere trent’anni di carriera in un’ora di set: ogni pezzo è una scheggia che riassume una diversa incarnazione del suo universo. Pochi fronzoli, non c’è nemmeno una vera pausa tra un pezzo e l’altro. La band è affiatata, i suoni sono divini e semplici allo stesso tempo. Quanto c’è ancora da imparare da una persona che sta in giro da così tanto tempo?
Il mood della serata è pazzesco: l’energia è quella di un concerto punk dentro un club di R&B degli anni Sessanta, ma con la distorsione di chi ha visto troppo per tornare indietro.
Spencer urla, contorce la voce, si piega sulla chitarra come se stesse estraendo da lì le ultime gocce di blues rimaste sulla Terra.
I suoni metallici e sincopati dei nuovi brani si mescolano ai vecchi riff familiari, trasformando ogni canzone in un piccolo mostro ibrido.
A tratti sembra di assistere a una cerimonia voodoo industriale: il groove è ipnotico, il ritmo è una marcia e la voce di Spencer, ancora tagliente, ancora carica di sarcasmo, è quella di un predicatore che non ha mai smesso di credere nel rock’n’roll, anche quando il mondo ha smesso.
Il pubblico risponde con lo stesso fervore. Nonostante la sala non sia piena, l’intensità è palpabile. Questa roba qua è ancora viva e a un certo punto tornerà di moda.
Il set scorre come una fuga in avanti, una corsa senza freni. Ogni pezzo è una detonazione, ma non nel senso prevedibile del termine: non c’è mai un momento di autocompiacimento, nessun assolo infinito, nessun vezzo tecnico. Solo rumore, groove e sudore.
Nel frattempo, mi accorgo che non riesco a staccargli gli occhi di dosso. Spencer ha superato i sessant’anni, ma si muove come se ne avesse trenta di meno. Non c’è traccia di malinconia nel suo modo di stare sul palco. Non è un reduce, è un sopravvissuto. Uno che ha visto la parabola del rock’n’roll salire e poi implodere, ma che continua a trattarlo come una religione personale. E in quella sala, per un’ora e mezza, siamo tutti i suoi discepoli.
Poi break per l’encore, un’ultima scarica di rumore e infine silenzio. Solo le orecchie che fischiano, tanto. Spencer lascia il palco come è entrato: senza teatralità, senza addii.
Solo la sensazione che quello che è successo sia stato reale, fisico e irripetibile.
Fuori dal Magnolia, l’aria è fredda.
Penso che forse il locale abbia visto serate più affollate, ma non so quante così “vere”.
Jon Spencer è ancora lì, nel suo laboratorio mentale di suoni e rumori, a inseguire quella stessa scintilla che trent’anni fa aveva acceso la Blues Explosion. E mentre la gente si disperde piano nel parcheggio mi torna in mente la ragione per cui, a diciassette anni, mi ero innamorato di quella musica: perché non c’era niente di più onesto.
Jon Spencer non è nostalgia. Per me è sopravvivenza, è artigianato del rumore, è pura tensione fisica. E se il rock’n’roll è davvero in pericolo, allora è confortante sapere che c’è ancora qualcuno là fuori disposto a sporcarsi le mani per salvarlo.
Scopri le foto del concerto di Jon Spencer a Milano, oppure sfoglia la gallery qui sotto:
Foto di Giovanni Cantamessa

