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Helloween a Milano: 40 anni di power metal!
Il metal tedesco al Forum di Assago è una macchina da guerra: due voci, zero nostalgia, e un’efficienza che stende l’Italia. Quarant’anni non hanno scalfito il modello.
Unipol Forum, Assago. Compiono quarant’anni gli Helloween! Un’eternità spesa a lottare contro i trend, le case discografiche e l’implosione del mercato. È il tempo che ci vuole per costruire una leggenda, per tirare su un paio di figli ribelli e per arrivare alla granitica conclusione che il metal melodico tedesco è l’unica fottutissima cosa che è rimasta sana di mente in questo circo globale di musica usa e getta.
Gli Helloween, ieri sera, hanno riempito l’Unipol Forum. Non come nel ’92, ma meglio di un bilancio in attivo. Perché nel ’92 non potevi permetterti il lusso di avere due prime donne assolute sul palco contemporaneamente. E quello, amici, è un benefit che solo chi ha la licenza di quattro decadi di tour e canzoni-inno può staccare.
Beast in Black: L’apertura da manuale
I Beast In Black aprono alle 19:30. Finlandesi, power metal. Li ho visti tante volte. Le loro tastiere suonano come un cabinato di Street Fighter collegato a un amplificatore Marshall. Fanno esattamente quello che tutti si aspettano: mettere benzina nel motore del Forum senza azzardarsi a guidare.
Yannis Papadopoulos urla come se gli avessero appena rubato il portafoglio, Blind and Frozen spacca la platea a metà, e il Forum inizia a muoversi. È il warm-up perfetto e noi attendiamo il nuovo album.
Due voci, anzi tre… ma zero drammi
Ore 21. Le luci si spengono. Parte Let Me Entertain You di Robbie Williams. E in quel momento, capisci che il senso dell’umorismo di questi tedeschi è ancora più inossidabile del loro riffing.
Sale Andi Deris, il rude capostazione insieme a Michael Kiske, la voce-vetro. Due epoche, due timbri, zero tentativi di accoltellamento. Non è diplomazia, è professionalità teutonica applicata al power metal.
Non bisogna, però, dimenticare la presenza fondamentale di Kai Hansen, non solo il cantante/chitarrista fondatore, ma il vero deus ex machina e la terza voce che completa magistralmente questo trio di cantanti.
Attaccano con una March of Time che è una dichiarazione di intenti. Kiske si prende i falsetti che a Deris non fregano più, Deris ci mette l’attitudine da pirata del rock che Kiske non ha mai avuto. È un teamwork che neanche a Maranello. È un’ingegneria vocale: funziona e basta. Come una Mercedes.
La setlist non è un concerto per vecchi. 23 canzoni! Wow. È un contratto ben calcolato tra passato e presente. Twilight of the Gods non la sentivi dal 1987 – trentotto anni, roba che metà del pubblico lì in mezzo non era neanche una variabile statistica. This Is Tokyo, dal nuovo disco, debutta dal vivo con l’impatto di un martello pneumatico.
Niente fronzoli. Niente autocelebrazione, solo canzoni, solo martellate.
Kai Hansen. Una leggenda vivente. Quello che se n’era andato quando la band era giovane, affamata e un po’ isterica. Si era fatto la sua band perché era stanco di andare in tour con gli Helloween (ma inciderà 22 album con i Gamma Ray). Ora suona e canta col suo vecchio amico Kiske. Quanta eleganza in questa coppia! Niente abbracci da reality show, niente retorica. Solo rock.
L’efficienza tedesca
Più di due ore di concerto che sembrano un’ora e dieci. Niente monologhi strappalacrime sui “bei vecchi tempi”. Solo musica.
We Burn fa tremare l’impianto del Forum, Ride the Sky è un trip allucinogeno di sette minuti cantato a memoria, Eagle Fly Free è il delirio controllato del metallaro adulto. Quando hai scritto uno degli inni generazionali del metal, la devi fare per forza! Come anche I Want Out. È una legge universale.
Gli Helloween sono una macchina perfetta e la formazione extra large é una manna dal cielo!
Markus Grosskopf al basso è fantastico, l’uomo che tiene tutto insieme si diverte come un ragazzino. Le chitarre di Kai, Michael Weikath e Sascha Gerstner dialogano come azionisti che litigano educatamente prima di firmare il bilancio. Daniel Loeble dietro la batteria è un orologio svizzero che picchia il ferro.
Non c’è spazio per l’improvvisazione. Non c’è il caos del garage rock. C’è solo efficienza tedesca applicata al power metal. E, cazzo, funziona dannatamente bene!
Perfino i membri che hanno abbandonato la barca creano altri gruppi power metal. Non é più finita… ne parleremo un’altra volta.
Quarant’anni e non vendersi alla nostalgia
La cosa più assurda? Non sembrano affatto stanchi. Non sembrano una band che si è rimessa insieme solo per la cash grab della nostalgia. Sembrano una band che ha ancora qualcosa da dimostrare al mondo. E lo hanno dimostrato per due ore filate, con l’energia di un disco uscito ieri.
Il pubblico è un fenomeno sociologico a sé: quarantenni con la panza da birra che cantano Keeper of the Seven Keys a memoria accanto a ventenni che hanno scoperto il genere su Spotify e non credevano fosse così potente e tridimensionale dal vivo. Tutti sudati. Tutti felici.
Quando finisce, il Forum si svuota lentamente. Fuori fa freddo, è novembre, Milano è grigia e cinica come sempre. Ma per due ore e quindici, dentro quel palazzetto, era di nuovo il 1988. O qualsiasi anno in cui il power metal aveva ancora un senso e non era solo un ricordo in bianco e nero.
Foto di Mairo Cinquetti
