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Circuit des Yeux all’Arci Bellezza: una seduta spiritica in quattro ottave

Ci sono concerti che si limitano a intrattenere, e poi ci sono quelli che aprono una fessura nella realtà. Al termine della serata all’Arci Bellezza, il pubblico ha capito di aver assistito alla seconda categoria. Circuit des Yeux, l’alter ego di Haley Fohr nel roster di Matador Records, è una delle voci più inclassificabili e radicali dell’America contemporanea e nel suo show di Milano all’ARCI Bellezza ha evocato una presenza. Forse la sua, forse la nostra.
Durante questo tour è accompagnata alla chitarra da Alan Sparhawk (cofondatore dei Low), che abbiamo visto live questa estate in Sicilia durante Ypsigrock, con cui sta attraversando l’Europa accompagnata da una tristezza luminosa degna della sua discografia.
La serata è aperta da Ethan, che immediatamente tracce i confini della serata: il suo è uno show a dir poco intimo, accompagnato alla chitarra semi acustica da un talentuossisimo chitarrista di cui non riesco ad appuntare il nome. Luci soffuse, melodie e armonie delicatissime. Decisamente meno elettronico della sua versione in studio, ma con un’enorme capacità di incantare il pubblico. Da poco nel roster di Carosello Records: ne sentiremo parlare.

Quando Fohr sale sul palco della Palestra Visconti tutto cambia vibrazione. Lo spazio sembra restringersi. La scena è minimale, ma la tensione è densa: un sintetizzatore, una pedaliera che pare uscita da un laboratorio clandestino, un microfono che sembra incapace di contenere quello che sta per accadere.
Haley Fohr, che a ottobre ha comunicato di essere in dolce attesa e che orgogliosamente mostra la pancia sul palco, è una figura scura al centro, vestita come qualcuno che non accetta pienamente la separazione tra concerto e rito e che con le sue fasce catarifrangenti sembra ancora più inquetante. La sua voce, quattro ottave che nella musica indie non avevamo mai sentito usare così, esce immediatamente come una fenditura verticale nell’aria. Non è una voce “bella” nel senso tradizionale. È ipnotica, inquietante, quasi uno strumento di tortura emotiva. Ogni nota è tirata come un filo che rischia di spezzare qualcosa dentro chi ascolta.
Se nel periodo di Reaching for Indigo e -io Circuit des Yeux oscillava tra orchestrazioni barocche e un folk sperimentale da camera oscura, il materiale di Halo on the Inside porta tutto verso un’altra direzione: il freddo. L’album, descritto da Pitchfork come una discesa in un “terrore semplice e totalizzante”, prende forma dal vivo con una precisione quasi industriale. Le chitarre si prendono la scena, Alan Sparhawk contribuisce al sound con i suoi tipici suoni sporchi ma incredibilmente contrallati, i sintetizzatori vibrano. Le percussioni elettroniche e reali sembrano colpi dati a porte di metallo. Non c’è concessione melodica, non c’è carezza. Solo immersione.
Il pubblico smette letteralmente di muoversi, al massimo ondeggiano. L’Arci Bellezza questa sera non è pieno, questa è musica per chi ha il coraggio di osare. C’è il genere di silenzio che si crea quando la gente non vuole perdere un solo frammento di ciò che sta succedendo.
La Fohr quasi alla fine dice che non le piace molto parlare durante i concerti, ma si prende giusto un istante per presentare la sua band e l’ultimo brano, una lenta meditazione stratificata e trascendentale: una chisura incredibile. Non c’è encore, non c’è uscita di scena teatrale. Fohr semplicemente accende una luce, spegne un pedale, e scompare dietro il sipario. Fine.
Quando le persone ricominciano a parlare tra loro, lo fanno piano, come se la voce potesse ancora far crollare qualcosa. È il segno dei concerti che funzionano non come intrattenimento, ma come contagio emotivo. Sulle scale intercetto qualcuno che esclama “quanto mi è piaciuto!”
Circuit des Yeux non rassicura, non consola, non scioglie. Ma nel suo modo radicale di attraversare la musica, tra folk, industrial, gotico, pop frantumato e performance art, dice la verità. Una verità che non è semplice da ascoltare, né da dimenticare.
E all’Arci Bellezza, per un’ora, Haley Fohr ci ha ricordato che il cambiamento fa paura, sì ma che è proprio da quella paura che nascono i dischi e le notti che ci restano addosso per anni.
