Editoriali
Live Report – il ritorno di Marilyn Manson
Ci sono concerti che nascono come eventi, altri che diventano simboli, e poi ci sono quelli che arrivano in un momento in cui il contesto conta quanto la musica stessa. Il ritorno di Marilyn Manson in Italia rientra in quest’ultima categoria.
Non era soltanto un’altra data in calendario: era il rientro in scena di un artista che negli ultimi anni stava sparendo dai radar, travolto da vicende personali e da un silenzio che per molti suonava definitivo. E invece eccolo lì, nuovo album e tour pluriennale, con una risposta immediata del pubblico che dice più di qualsiasi comunicato.
A rendere il tutto ancora più curioso sulla data di ieri sera c’era la scelta della venue: una Arena moderna, nuova, quasi “pulita” per ospitare un artista che del caos e dell’oscurità ha sempre fatto la propria lingua madre. Una contraddizione affascinante, che già prima dell’inizio del concerto sembrava trasformarsi in un brivido condiviso tra chi entrava.
È forse per questo che, avvicinandosi alla serata, l’atmosfera era particolare: non solo attesa, ma il desiderio di vedere con i propri occhi se Manson avesse ancora qualcosa da dire, e come avrebbe deciso di dirlo.
L’attesa che ribolle
Arrivare alla ChorusLife Arena di Bergamo nel tardo pomeriggio è stato come entrare in una camera a pressione: il freddo di novembre da un lato, l’adrenalina del pubblico dall’altro. Un appuntamento che molti aspettavano non solo come un concerto, ma come un vero ritorno.
Dopo un silenzio durato troppo tempo, e una tappa lo scorso inverno a cui solo pochi fortunati hanno potuto partecipare, riecco il Reverendo. Intorno a me, gruppi di amici vestiti di nero, visi truccati, spettatori più “adulti” che lo seguono dagli anni Novanta e ragazzi che lo hanno scoperto da poco.
Dead Posey, un’apertura che morde
Alle 20:00, puntuali, i Dead Posey hanno incendiato il palco. Il loro ingresso ha subito chiarito che non si trattava del classico gruppo d’apertura da ignorare mentre si aspetta l’artista principale.
Il duo americano, guidato dalla presenza magnetica di Danyell Souza e dalla solida esperienza musicale di Tony Fagenson, ha portato un rock sporco, contaminato e viscerale, intriso di atmosfere gotiche e industriali. Il pubblico, che inizialmente sembrava solo curioso, si è fatto via via più ricettivo. La band ha presentato brani recenti, compatti e carichi di un’energia quasi rituale.
È stato un antipasto perfetto per la serata: cupo al punto giusto, moderno senza essere levigato, con quel tipo di rabbia elegante che prepara il terreno a un artista come Manson. Una scelta intelligente e, soprattutto, azzeccata.
Il ritorno di Manson: entra l’ombra
Quando si sono spente le luci e il palco è stato inghiottito da un rosso profondo, l’attesa si è trasformata in elettricità. Marilyn Manson è apparso come ci si aspetta da lui: teatrale, oscuro, quasi una figura evocata più che entrata da una quinta.
La sua voce, ruvida ma potente, ha tagliato subito l’aria, e l’apertura ha suggerito immediatamente che questa serata non sarebbe stata solo nostalgia. Manson ha alternato classici che hanno segnato un’epoca a brani più recenti, dimostrando che la sua estetica non è un museo ma un organismo vivo, in continua mutazione.
Nonostante gli anni difficili alle spalle, i riflettori giudicanti e i silenzi pesanti, sul palco è tornato ad apparire come un animale scenico: provocatorio, simbolico, capace di tenere la scena con una forza teatrale che pochi hanno. L’arena seguiva ogni suo gesto, ogni cambio di tonalità, ogni affondo visivo.
C’erano momenti in cui sembrava davvero riappropriarsi di un trono da cui si era allontanato più per necessità che per volontà. Non era un’esecuzione perfetta, non lo è mai stata, ma era reale, carnale, vivida come da sua specialità.
Ombre, rinascite e direzioni possibili
Questa data bergamasca non era solo un concerto, ma un messaggio forte e chiaro: il Reverendo è tornato. Manson resta un artista controverso, e il suo ritorno ai palchi è inevitabilmente accompagnato da discussioni e ombre. Ma sul palco ciò che si percepisce è la sua volontà di continuare a esprimersi attraverso il linguaggio che ha sempre usato: quello dell’eccesso, del simbolismo, del caos controllato.
Uscendo dalla venue, si aveva addosso quella carica particolare che solo i grandi artisti sanno lasciare. Manson ha riportato sul palco tutta la sua presenza, il suo magnetismo e quella forza scenica che, dopo tanti anni, continua ancora a travolgere. Una serata che ha ricordato perché il suo nome resta così potente nel tempo.
