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Royel Otis al Fabrique, 3 dicembre 2025: il gelo fuori, la febbre dentro

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Royel Otis live al Fabrique, foto di Giovanni Cantamessa

Fuori dal Fabrique il freddo di Milano avvolge la coda dei fan in un abbraccio umido e tipicamente milanese, ma i Royel Otis con la loro musica fresca hanno deciso di portare l’estate australiana nel cuore della zona industriale di Milano. Non c’è bisogno di grandi introduzioni quando Royel Maddell e Otis Pavlovic salgono sul palco: l’attacco con “i hate this tune” è un paradosso sonoro, un’apertura ironica e rumorosa che smentisce immediatamente il titolo stesso, scatenando un boato che fa tremare le pareti del club.

Royel Otis live al Fabrique, foto di Giovanni Cantamessa

C’è qualcosa di quasi surreale nel vedere il duo dominare una venue da tremila persone con questa disinvoltura. Solo cinque anni fa, mentre il mondo si chiudeva a riccio per la pandemia, i due erano rintanati in qualche studio di fortuna a Sydney, registrando demo su chitarre acustiche e sognando palchi che non potevano -ancora- calcare. I primi brani in scaletta, “Adored” e “Heading for the Door”, servono a settare il tono: un muro di suono che mescola l’indie-sleaze dei primi anni Duemila con una lucidità pop cristallina. Il loro sound non cela certo i numerosi richiami ai The Cure o Beach Fossils, ma non per questo è meno magnetico ed efficace. Potrebbe addirittura diventare il ponte che avvicina le nuove generazioni alla ricerca dei capisaldi del genere. Sul palco, Maddell, che si erige come una figura enigmatica sulla sinistra, lascia che siano i suoi capelli lunghi e la chitarra a parlare, mentre Pavlovic al centro è il catalizzatore dell’energia, con quella voce che dal vivo perde la patina lo-fi per guadagnare uno spessore graffiante.

Royel Otis live al Fabrique, foto di Giovanni Cantamessa

Il cuore del concerto è un’altalena perfetta tra i successi che hanno costruito la loro ascesa “a gradini” e la freschezza del nuovo album Hickey, uscito lo scorso agosto. La scaletta è la stessa di quella proposta nelle altre date di questo tour, come ci si potrebbe aspettare. Quello che è palese a tutti è che questi ragazzi hanno i pezzi giusti. Catchy, struggenti, riflessivi, contemporanei. Quando parte il giro di basso di “who’s your boyfriend“, il singolo che ha dominato l’estate 2025 accompagnato dal video con Lola Tung, il pubblico sovrasta l’impianto. È l’inno di una generazione che balla sui propri disastri sentimentali, tema che ritorna prepotente anche in “she’s got a gun” e nella sognante “more to lose”.

A metà set arriva il momento che tutti aspettano, quello che certifica il loro status di fenomeno globale. Le prime note di “Linger” scatenano l’isterismo collettivo. La cover dei Cranberries, nata per una sessione di SiriusXM e finita per scalare la Billboard Hot 100, dal vivo è un momento di comunione totale: migliaia di voci che cantano all’unisono un brano degli anni ’90 rigenerato dall’energia post-punk di due ragazzi di Sydney. È la dimostrazione di come la band sappia maneggiare la viralità senza esserne schiava, trasformando un trend di TikTok in una performance rock solida e credibile.

La proposta musicale dei Royel Otis va ben oltre il semplice ascolto. Si tratta di un’espressione fortemente contemporanea che riesce a dialogare in modo efficace con le nuove generazioni, pur mantenendo saldi riferimenti a un passato quasi mitologico.

La vera chiave del loro successo e della loro modernità risiede nell’uso sapiente della componente visiva. Durante lo spettacolo, i visual sullo sfondo non sono stati mero accompagnamento, ma un vero e proprio strumento narrativo essenziale, proiettando frammenti di testi e concetti cardine per tutta la durata del concerto.

Royel Otis live al Fabrique, foto di Giovanni Cantamessa

Questa strategia è un’acuta risposta alla mutata fruizione mediatica della contemporaneità. La generazione cresciuta guardando serie TV con la tendenza a saltare da un capitolo all’altro, o che per i film richiede sceneggiature sempre più esplicite e didascaliche, è abituata a un contenuto frammentato e immediato. In un’epoca caratterizzata da una soglia dell’attenzione notevolmente ridotta e da una superficialità di consumo, l’arte necessita di “ganci” continui per mantenere l’interesse.

I Royel Otis si inseriscono in questo spazio magistralmente e con carattere. Hanno compreso che per intercettare il pubblico di oggi, l’esperienza deve essere sinestetica, trasformando la musica in un linguaggio visivo diretto e incisivo. La loro performance è la prova che l’arte, per restare rilevante, deve imparare a dominare le nuove dinamiche dell’attenzione. È musica fortemente contemporanea, con riferimenti a un passato importante ma capace di strizzare l’occhio alle nuove generazioni, non solo con i suoni ma anche con le immagini.

Mentre le chitarre fischiano l’ultima nota e le luci si riaccendono brutalmente, l’illusione dell’estate australe svanisce, lasciando spazio al freddo di dicembre e lasciando il pubblico del Fabrique visibilmente soddisfatto.

Royel Otis live al Fabrique, foto di Giovanni Cantamessa
  • Royel Otis live al Fabrique, foto di Giovanni Cantamessa

    Royel Otis live al Fabrique, foto di Giovanni Cantamessa

  • Royel Otis live al Fabrique, foto di Giovanni Cantamessa

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