Da Ryan Adams ai Depeche Mode: una passeggiata tra le ultime uscite dell’anno

album-estate-2017

Lo so, siete preoccupati. Avete lasciato l’ufficio e avete un sacco di tempo libero da passare sul divano o in spiaggia o in mezzo al traffico, tra lamiere roventi e bagagli, fumi di scarico, bambini strillanti e mamme ancora più strillanti. Niente più ordini del capo o conversazioni da bar sul politico più truffaldino o su mail e movimenti aziendali. Solo riposo e musica. Musica ed estate sono da sempre complici, fanno squadra nell’intento di riempire i magnifici vuoti lasciati liberi dal tran tran logorante della vita lavorativa. Ma ecco il rischio che tutti corriamo, quello che i nostri recipienti musicali siano riempiti dalla spazzatura che circola molesta e imperterrita nei confronti della quale siamo inermi, indifesi. Esce dalla radio della macchina, da quella del chioschetto che in spiaggia vende granite e mojito, dalle casse del gruppo di ragazzini vicini di asciugamano.

Mi rivolgo a voi. Chi pensa che Despacito sia una specie di formula demoniaca che se espressa al contrario può aprire un portale diretto verso gli inferi, chi è assolutamente certo di non aver fatto niente di male per meritarsi la new wave italiana con il loro fintissimo alternative che nasconde subdolamente i peggio tormentoni facilotti e molesti, chi pensa che Gabbani sia bravo ma no grazie e il movimento rap italiano con le loro faide sia peggio di uno sfogo cutaneo. Voi che non volete affidarvi al vecchio ma affidabile, come Led Zeppelin o Metallica e tutto il repertorio classico.

Con voi voglio fare una passeggiata tra le ultime uscite in questo 2017 che possiamo riprendere e goderci, magari rivalutando quello che appena uscito c’era sembrato poco buono o viceversa. A freddo le cose sono spesso diverse e se volete isolarvi dai pizzicotti fastidiosi musicali che escono dagli auto parlanti qualunquisti e massimali prego, dopo di voi.

Depeche Mode, Spirit: Quel che da subito è parso un ennesimo monolite all’interno della loro mitologica carriera si conferma dopo alcuni mesi un album imprescindibile. Regala una gamma impressionante di stile e classe, ma anche rabbia politica (“Going Backwards”, “Were’s the Revolution”) sensualità tutta da ballare (“No More”, “Poison Heart”) e la solita profonda dolcezza (“Cover Me”, “Fail”).

Royal Blood, How Did We Get So Dark?: Quanta attesa per questo secondo lavoro discografico del duo britannico. Il primo album ci aveva letteralmente fatto saltare dalla sedia. Questo invece si limita a farci muovere la testa, ma seduti saldamente sulla sedia. Un buonissimo album, ma nulla di apocalittico come molti invece auspicavano. Scorre velocissimo e piacevolmente, “Lights Out” “I Only Lie When I Love You” sono canzoni che vi sveglieranno dal torpore tropicale delle vostre spiagge. Ma se davvero vorrete camminare sulle acque, rispolverate il loro esordio del 2014.

Mastodon, Emperor of Sand: Vi si riconosce in spiaggia, siete quei punti neri con le magliette grondanti sangue e violenza e le facce bianchissime di crema solare che quasi sembra una colata di cemento. La vostra pelle non può provare l’esperienza diretta del sole e le vostre orecchie sono affamate di metal anche sulle roventi spiagge o in coda ai caselli delle ragnatele intasate della viabilità italiana. Per non uccidere il tamarro che inevitabilmente si piazza nelle vicinanze con il suo carico di musica orripilante, ecco accorrere in aiuto il gruppo di punta del metal commerciale, i Mastodon. Con questo “Emperor of Sand” consolidano il loro status di numeri uno al momento, forti della loro tecnica eccelsa e della grandissima varietà della proposta. “Show Yourself” vivace e ammiccante che si stampa in testa ma anche la furiosa “Sultan’s Curse” e le tribali e impressionanti per profondità e potenza “Ancient Kingdom” e “Jaguar God”. La violenza non va mai in vacanza.

Stone Sour, Hydrograd: La cosa bella di un gruppo bollito come gli Stone Sour che si sono venduti totalmente alle classifiche di vendita è che quando fanno qualcosa di vagamente ispirato e godibile ci scappa un urletto al miracolo. E così è, quando i musicisti in gioco dovrebbero garantire dei capolavori collezionano prese per i fondelli come gli ultimi lavori ( tra ep di cover e addirittura “House Of Gold & Bones” venduto come un concept album, ma de che) un uscita onesta e non dico viva ma almeno sveglia, è una buona notizia. Perché “Whiplash Pants” e “Somebody Stole My Eyes” sono veramente una bomba, così come “Fabuless” e i vari riempitivi ai quali ci hanno abituato come “Song#3” e “Mercy” ci fanno ritirare in extremis la mano partita a skippare.

Ryan Adams, Prisoner: Ok, voi siete quelli che evitano le mete più gettonate. Tutto l’anno pensate a mete che vi distinguano dalla massa. Per voi il viaggio è parte integrante della vacanza e tutto deve essere conforme a questo quadro fighissimo. Lo so perché sono come voi. E so che vi serve uno dei più grandi fornitori di musiche da viaggio esistenti, Ryan Adams. Con il suo “Prisoner” ha dato un ennesima prova della sua caratura di artista e con lui andate sul sicuro. Qualsiasi cosa produca è marchiata della sua classe, quasi inutile suddividere o scegliere una canzone dal mucchio, tutto conta e tutto aiuta ad abbellire ogni situazione. Persino fare benzina con una canzone di Ryan che esce dai finestrini diventa figo, anche se indossate quegli orrendi guanti usa e getta blu. Quindi piazzate “Prisoner” e dopo continuate con la sua discografia e quasi vi dispiacerà essere arrivati a destinazione.

Father John Misty, Pure Comedy: Devo essere sincero, non conoscevo questo artista incredibile prima di questo album. Attirato dalla casa di distribuzione Sub Pop, feticcio musicale per chi come me è cresciuto con la musica di Seattle e del periodo del Grunge, Father John Misty non può essere più lontano da quelle sonorità. Riflessivo e folk ricorda spesso Elthon John nel timbro vocale e per le numerose atmosfere ricercate accompagnate dal piano. In “Pure Comedy” troviamo però anche molti pezzi allegri e spigliati, pur sempre dotati di testi mai banali e profondi, come “Total Entertainment Forever” e “Things It Would Have Been Helpful to Know Before the Revolution”, e canzoni di atmosfera indimenticabile come “A Bigger Paper Bag” e “So I’m Growing Old on Magic Mountain”. Dopo la spiaggia o dopo l’escursione, a fine giornata, quando il rosso d’uovo del sole si rompe e colora tutto il bianco del cielo allora è tempo della birretta, del cocktail o quel che vi aggrada, e di Father John Misty.

Mark Lanegan, Gargoyle: Forse non è esattamente l’album perfetto da accompagnare a pinne fucile e occhiali, ma Lanegan non è un artista che si può ignorare e in questa ultima fase musicale ci aiuta addirittura ad aumentare i contesti nel quale inserirlo. Perché Mark che è un furbone ha abbandonato il folk scarno e desertico dei primi album e con la sua Mark Lanegan Band batte da tre album i sentieri dell’indie sperimentale, tra chitarre e sintetizzatori. “Emperor” è una delle più spigliate del suo immenso repertorio così come “Beehive”, mentre con “Death’s Head Tatoo” ricopre di sensuale oscurità il vostro mondo come sempre, addolcendolo poi con le meravigliose ballate “Goodbye To Beauty” e “First Day Of Winter”. Se volete creare una finestra inusuale alla vostra luminosa estate, fate entrare questo raggio di luce lunare che vi rinfrescherà la pelle ma vi riscalderà l’anima.

Linkin Park, One More Light: Siamo alla fine e mi sono lasciato la questione spinosa per ultima. Si avete ragione, ho tralasciato Roger Waters e la questione di copertine copiate, i Nickelback con il loro ennesimo album che passa e va seguito dagli insulti degli haters. Ma sui Linkin Park bisogna soffermarsi e potete immaginare il perché. Ho recensito qui l’album e l’ho trattato per quello che è, un album brutto. Un album che batte territori che non è giusto battere per rispetto a fan che ti porti dietro da due decadi, e che lo fa perdendo il confronto con chi quei territori li batte con più cognizione di causa e mezzi. “One More Light” è l’album che li apre al mondo pop ed elettronico, che li sposta dalle arene polverose del rock ai locali notturni. Non è un passo da poco. La loro immagine ne risulta totalmente sconvolta. Prima immaginavi i Linkin Park su un palco, ora li immagini tra i solchi di un vinile fati girare dalle mani di un dj. Tutto questo comunque sfuma nella tragedia e dall’album di svolta che voleva essere, giusta o sbagliata, diventa un album epitaffio. Una lapide posta sopra un’avventura finita. Chester Bennington non c’è più e con lui sono svanite anche tutte le polemiche sulle loro mosse artistiche. Che questo ribaltone e abbandono delle loro radici sia un’avvisaglia di quello che è successo? Non lo sapremo mai. Cosa rimane di questo album? Un pezzo portante “Heavy” indubbiamente buono, e testi di alcuni pezzi come “One More Light” troppo dolorosi da ascoltare.

Comments

comments

CONDIVIDI
Musicattitude.it
  • utilizza solo immagini fotografiche rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche e uffici stampa
  • usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi
  • accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, quindi, libere da diritti pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.