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Blinded By The Light è un film di formazione con le canzoni di Springsteen

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Pur essendo passato quasi in sordina nelle sale cinematografiche,Blinded By The Light” si candida come una delle sorprese cinematografiche di questo inizio di stagione. Il film racconta, in chiave romanzata, la vita del giornalista Sarfraz Manzoor, nato in Pakistan e trapiantato nella periferia londinese e qui rappresentato da Viveik Kalra, in quella Luton che, pur essendo a poche decine di chilometri dalla capitale, è il ritratto perfetto della città di provincia, con le tante casette a schiera, la piazza attorno alla quale gira tutto e il non vedere di buon occhio il “diverso” da parte di alcune fette della popolazione.

Ad una vista superficiale, “Blinded By The Light” è la storia dell’ossessione di un teenager emarginato per la musica di Bruce Springsteen, e non è un caso che l’opera dal quale il film è tratto è l’autobiografia “Greetings From Bury Park”, titolo che riprende in maniera neanche troppo velata quello dello storico debutto del Boss del 1973. Sempre fermandosi alla superficie, la pellicola è anche un perfetto spaccato del Regno Unito del 1987 e per catapultare lo spettatore, se non servisse una accurata scelta nei costumi e negli stili, basterebbe anche solo una “It’s a Sin” sparata a mille nei titoli di testa (“I Pet Shop Boys hanno inciso il singolo dell’anno”, dice un sorpreso Javed al suo migliore amico Matt) o i manifesti elettorali di quello che sarebbe poi stato l’ultimo successo alle elezioni generali di Margaret Thatcher. Jared Khan viene a contatto con Bruce Springsteen grazie a Roops, studente anch’esso originario dell’Asia Meridionale e che gli aprirà le porte “verso l’unica verità in questo mondo di merda”. Un artista che tra i coetanei viene però visto come “musica da anziani”, in contrasto con i tanti gruppi in voga al momento appartenenti al filone synth pop o all’hip hop, come le citate Salt’n’Pepa, che in quel periodo storico stava emergendo anche in Europa. Nei testi di Springsteen Javed riconoscerà molti passaggi della sua vita e di suo padre e il primo contatto con la sua musica viene rappresentato con delle riprese nelle quali i testi delle canzoni diventano tutt’uno con lo sguardo stupito del protagonista, con la Grande Tempesta del 1987 che non a caso viene scelta come ambientazione.

In realtà il film inglese usa il pretesto della musica per raccontare un vero e proprio romanzo di formazione sulla vita di un teenager immigrato nel Regno Unito degli anni Ottanta e tutte le difficoltà che ha dovuto affrontare, non solo nell’ambiente esterno, seguendo un canovaccio simile a quanto già visto in “Sognando Beckham”, film diretto sempre Gurinder Chadha. La famiglia è un vero e proprio scoglio per il giovane protagonista: attaccata alle tradizioni pakistane e restia ad integrarsi con la popolazione locale, tutto ruota attorno al capofamiglia Malik suddiviso tra il volontariato in moschea che di fatto è un secondo lavoro, un’eccessiva iperprotettività nei confronti degli altri componenti della famiglia e quel lavoro presso la casa automobilistica Vauxhall che, proprio nel corso della pellicola, sarà costretto a lasciare, pur avendo mostrato dedizione al lavoro e sacrificandosi anche con dei doppi turni se necessario.

Un evento che stravolge il già fragile ambiente familiare, minato anche da continui litigi e attriti dovuti al non voler riconoscere l’indipendenza al figlio maggiore, costringendo i componenti a sofferti sacrifici economici e, per il protagonista Javed, il rischio di vedere infranto il suo sogno di frequentare l’università di Manchester per diventare uno scrittore, passione nata con la scrittura di un diario iniziata all’età di nove anni e che il protagonista vorrebbe far diventare un lavoro, inizialmente come cronista per un quotidiano locale. Non manca inoltre il problema del razzismo, espresso in maniera subdola dai genitori di matrice conservatrice di Eliza, compagna di corso di Javed con la quale avrà una relazione, e in maniera violenta da alcuni teenager, autori di piccoli ma non meno gravi vandalismi nei confronti delle minoranze, e da parte di alcuni membri del National Front, partito di estrema destra al tempo poco forte politicamente ma temibile come presenza fisica e che, proprio nel giorno del matrimonio della figlia Yasmeen, aggredisce in maniera violenta il padre Malik.

Ma il romanzo di formazione che è “Blinded By The Light” riesce nel suo obiettivo di fotografare alla perfezione degli adolescenti tanto lontani come periodo storico ma molto vicini a quelli degli anni successivi, compresi quelli odierni. Anche in questo film è il diverso, non inteso come immigrato ma come non omologato ai gusti della massa, dove i capelli cotonati e la musica delle one hit wonder la fa da padrone. La frase “I synth sono il futuro”, detta dal migliore amico Matt per la cui band Javed scrive i testi, può essere tranquillamente portata ai giorni nostri sostituendo Synth con Trap e i capelli cotonati con i tatuaggi sul viso. Le uniche ancore di salvezza, oltre alla musica di Springsteen e il miglior amico Roops, restano l’attivista politica Eliza (altro riferimento temporale perfetto: la campagna per la liberazione di Mandela) e il padre di Matt, interpretato da un Rob Brydon con un look che ricorda molto un genitore del 1987 che vuole imitare il suo idolo di gioventù Roger Daltrey e che si dimostrerà un fan accanito della musica del Boss; sarà proprio un apprezzamento nei confronti dell’amico del figlio a scatenare un litigio tra i due amici che si risolverà solo nelle battute finali del film.

Due sono i momenti memorabili di questa pellicola, e nello specifico la coreografia sulle note di “Born To Run” e il monologo finale di Javed che racconta il suo rapporto con quella canzone di Springsteen che dà il titolo al film e che, insieme a “Promised Land”, è tra i brani più rappresentativi. Il Boss non apparirà mai di persona ma solo in alcuni video o fotografie mostrate nei titoli di coda, ma la sua presenza e la sua visione della vita, fatta di duro lavoro, dedizione ed impegno, emergono come macigni in questa pellicola rimanendo attuale e un riferimento per l’intera working class, anche a quasi cinquant’anni dal suo esordio.

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