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Bohemian Rhapsody, il film sui Queen che ha diviso i fan.

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Sbagliato, esagerato e dissacrante. Con buona pace dei fan imbufaliti, proprio per questo a Freddie Mercury sarebbe piaciuto. Il nostro parere sulla pellicola a tema musicale dell’anno.

Bohemian Rhapsody ha offeso i fan dei Queen. La rete è invasa di elenchi di errori, proteste di chi si è sentito derubato del vero significato della band. Il film interpretato da Rami Malek deve essere stato uno di quei progetti lanciati sulle ali di un entusiasmo artistico ma che una volta avviati ha fatto tremare le gambe a più di uno tra gli addetti ai lavori. Mio Dio, cosa abbiamo fatto. Il mito è troppo grande per essere affrontato. Da dove si comincia, e come? Brian Singer regista, (quello di quel “capolavorone” che fu ‘I Soliti Sospetti’ e poco altri acuti in carriera tra cui l’avvio della serie X-Men) ad un certo punto è sparito. Ad un certo punto, passata la metà delle riprese, semplicemente non si è più presentato sul set. Introvabile. Licenziamento inevitabile e rimpiazzamento con Dexter Fletcher e la preoccupazione dei fan cresce. Le prime immagini di Malek (ai più conosciuto per la serie tv Mr. Robot) sono incredibili per somiglianza gestuale e aspetto, ma le  reazioni della stampa alle proiezioni sono disastrose.

Siamo al cospetto del tanto temuto insulto a sua Maestà i Queen? Assolutamente no. Quello che mi sono trovato di fronte una volta andato al cinema è un film imperfetto, estremo ed esagerato, esattamente come il personaggio al centro del racconto, Freddie Mercury. E’ in questo senso appropriato, fedele ad uno stile artistico più che a una biografia. Bohemian Rhapsody non è accurato nella cronologia, nella cronaca dei fatti. Ma chi approccia per la prima volta i Queen può assaggiarne la grandezza, chi li ha vissuti può riassaporare quella potenza ancestrale richiamata dal rituale del rock, quel tum tum cià che rende il gruppo e il pubblico una cosa sola.

I fan sono inviperiti con Brian May e Roger Taylor, produttori della pellicola  e complici compiacenti dei crimini di sceneggiatura che mette a dura prova, devo dirlo, i tanti biografi mancati del gruppo. Gli errori sono lapalissiani e fatto ancora più grave sono consapevoli, atti a modellare, tagliare con l’accetta e banalizzare tutto quello che si è potuto per imbastire un vero e proprio spettacolo di glorificazione estrema. Ma mi rivolgo a voi cari fans arrabbiati, non è esattamente quello che i Queen mettevano in atto a tutti i loro concerti? Uno spettacolo dove tutto quello che luccica è oro. Sono stati pionieri in questo, evolvendo il loro prog rock in una musica che va oltre l’etichetta, oltre il pop e oltre il rock. Hanno creato il genere Queen, inarrivabile e irripetibile nel tempo. Non è un documentario.Sappiamo già tutto quello che c’è da sapere. Quello che ci mancava era una spettacolarizzazione esaltante e irresistibile. Chissà, in futuro vedremo uno straziante resoconto della produzione di Innuendo o Made In Heaven. Il compito di Bohemian Rhapsody è tutto nei colori, nella glitterizzazione di un fenomeno enorme, irripetibile.

Rami Malek fa il possibile nella prima parte per dare intensità a una caratterizzazione dell’uomo infinitamente banalizzata, dalla nascita del gruppo al suo rapporto con la famiglia, ridotto ad una misera macchietta interculturale dove le frizioni e incomprensioni con il rigido padre vengono etichettate con la formuletta ‘buoni pensieri, buone parole, buone azioni’. In questo senso il picco narrativo di tutte le tensioni insorte durante il film è il Live Aid. La famosa esibizione al mega evento di beneficienza organizzato da Bob Geldof risolve tutto, dagli atriti del gruppo a quelle famigliari a quelle con la compagna Mary Austin, moglie dalla quale vuole ‘quasi tutto’, alla definizione della sua identità sessuale con ll’introduzione del compagno Jim Hutton e la defenestrazione del perfido Paul Prenter.

Se nella parte biografica si taglia, cambia, inverte e addirittura si inventa per creare una rampa di lancio efficace per l’esplosione narrativa del Live Aid, (il gruppo non era separato prima, e di certo non sapeva della malattia di Freddie, almeno non prima del 1987) quando entra in gioco la musica e le canzoni dei Queen, gli ormeggi saltano e si parte alla velocità di un treno. Tutte le esibizioni live nelle varie epoche fanno saltare sulla sedia. E intendo tutte, anche le prime note della famigerata Bohemian Rhapsody che Freddie accenna al piano, sdraiato per terra (‘si, ha del potenziale’ conferma all’estasiata Mary). La genesi del pezzo, anch’essa semplificata e macchiettata al massimo, passa attraverso  contrasti e disaccordi con il boss della EMI Ray Foster e la sovraimpressione di tutti i commenti negativi della stampa di allora, e ha la sua rivalsa sul palco. Come tutto il film, i Queen hanno la loro ultima realizzazione nella spettacolarità dei loro concerti. Più volte ci si sofferma sulla famelicità della folla aizzata dall’enormità della caratura del frontman Freddie Mercury (‘sembrano non averne mai abbastanza’ commenta il manager durante un’esibizione). Somebody To Love, Radio Gaga, persino il romanticismo spudorato e istraripante di Love Of My Life vivono e crescono nei cuori della folla, in questo film rappresentata in maniera magistrale. Quella di Wembley come quella di Rio come quella del Madison Square Garden. Lo spettatore diventa parte di quel pubblico estasiato, lontano nel tempo, che ammira un Dio del rock.

Il Live Aid è, come il resto, romanzato nella cornice. Ma una volta arrivati sul palco, seguendo Freddie con la sua postura magnificamente riprodotta da Rami Malek,  ci si apre di fronte ai nostri occhi quella folla di cento mila persone urlanti. A questo punto la rappresentazione diventa copia. Perchè c’è poco  da aggiungere a quel mito. Ogni gesto è riprodotto alla perfezione e nel minimo particolare. E’ qui che ho perso il controllo e in barba a tutte le inesattezze e licenze artistiche, sull’immensità di We Are The Champion mi sono commosso. Non per il dramma di un artista spacciato, per l’amore perso o per l’incomprensione con la propria famiglia, per gli eccessi e la solitudine di un genio. In questo il film fallisce, come abbiamo appurato. Ho pianto per l’immensità di quello che sono stati, per quello che ci hanno dato. Viviamo un’era dove l’eccellenza è quesi demonizzata, dove gli eroi vengono messi da parte in onore della rassicurante consuetudine. Freddie Mercury e i Queen ci hanno insegnato che il limite non esiste, nemmeno nella morte. A sperimentare, a seguire le proprie idee di grandezza. Occhio ai titoli di coda, perché appena dietro la frivolezza di Don’t Stop Me Now arriverà come un treno The Show Must Go On, e vi conviene asciugare il viso prima dell’accensione delle luci in sala.

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