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Cannibal Corpse, il report del concerto a Milano del 19 luglio 2015

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Pensare che al Circolo Magnolia di Segrate (Milano) solo il giorno prima c’era la coloratissima Dance Marathon ha dell’assurdo, ora che nel migliore dei casi si parla di crani sfondati a colpi di martellate e che i colori predominanti sono il nero e il porpora, grazie al ritorno dei brutallari più amati del mondo, i Cannibal Corpse, durante l’unica data italiana dopo l’annuncio della cancellazione dello show bolognese previsto in origine per il 20 luglio.

Ad aprire le danze ci pensano gli italianissimi deathster Electrocution, che non potevano scegliere occasione migliore per presentare l’album del loro ritorno, “Metaphysincarnation”, davanti a un pubblico più che desideroso di farsi aizzare e di iniziare a carburare in previsione dell’esplosione del main act.

Ore 22, puntualissimi, eccoli sul palco: i Cannibal Corpse entrano in scena in sordina, aumentando l’effetto sorpresa e investendoci con un’onda d’urto sbalorditiva. Non si può dire che il tempo sia stato inclemente con i cinque di Buffalo: l’energia, l’entusiasmo e la cattiveria mantengono sempre livelli eccellenti per tutta la serata, in uno show che dura appena un’ora e un quarto, senza encore, senza troppi complimenti, senza pause. Inutile dire che chi si aspettava più di due ore di concerto ha sbagliato posto. La relativamente recente “Scourge of Iron” apre un set davvero equilibrato: si lascia lo stesso spazio a passato e presente, premiando in particolar modo “A Skeletal Domain”, l’ultimo, fortunatissimo (a ragione) album dei Cannibal Corpse, con ben tre pezzi in scaletta.

George “Corpsegrinder” Fisher, oltre ad essere un omone di una stazza non indifferente, passa con disinvoltura dal growl più profondo allo screaming più lacerante, e ama lanciare sfide al pubblico a colpi di headbanging che è ben conscio di vincere ogni volta (e grazie, con quel collo taurino che si ritrova, non potrebbe essere altrimenti). Come se non bastasse, il nostro buon George svela una vena di humour nero definendo “I Cum Blood” una canzone d’amore. Agghiacciante, se lo dicesse chiunque altro verrebbe impacchettato in una bella camicia di forza e lasciato marcire vita natural durante. Se Fisher pur nella sua sbrigatività è l’unico ad intrattenere a parole il pubblico, i suoi compagni si limitano a scornificare al cielo e a fare il loro lavoro: suonare. Il che non è poco, visto che non perdono un colpo ed è davvero difficile stargli dietro.

Durante “Hammer Smashed Face” si scatena il pandemonio e i mulinelli costanti tra le prime file trasformano in un unico mosh pit tutto il Magnolia, coinvolgendo anche qualche adorabile fanciulla la quale, devo ammettere con un pizzico di soddisfazione, picchia tanto forte quanto la controparte maschile. Ma dopo una fulminante “Devoured by Vermin” è tempo di salutarsi, tra lanci di plettri d’ordinanza e saluti, che si sono tradotti in una manciata di selfie del mitico “Corpsegrinder” con gli irriducibili delle transenne. Avranno perso qualche pelo, ma i Cannibal Corpse di certo non hanno perso il vizio. Set tecnico e ineccepibile, che lascia frastornati e con i timpani sanguinanti ma soprattutto con un grande interrogativo: quanto spenderà Fisher in visite dall’otorinolaringoiatra?

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