Perché avevo disperatamente bisogno del ritorno di Caparezza

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Non mi aspettavo nulla di più e nulla di meno dal nuovo singolo di Caparezza, prisoner 709.
In parte perché lo ritengo uno dei migliori artisti in circolazione, capace di intercettare sentimenti e dinamiche e racchiuderli in testi e musiche che fanno riflettere in maniera (spesso) cruda, ma vera; in parte perché ci speravo.

Speravo che Michele desse la sua versione dei fatti o mi desse un paio di lenti nuove per leggere meglio quello che ai miei occhi (ma sarebbe più corretto dire orecchie) risulta da un po’ di tempo sfocato e difficile: com’è possibile la trionfale galoppata del rap italiano nelle classifiche nostrane?

Premessa doverosa: il Nostro non ha mai perso occasione di dire chiaramente cosa ne pensa “La scena rap è controversa, sfuggo con un salto da Prince of Persia” cantava in Abiura di me e già aveva chiarito il concetto ai più. Caparezza non appartiene al mondo rap. Punto, fine della storia.
Ma è anche vero che nel genere rap è inevitabilmente inglobato in una sorta di logica dell’incasellare che coinvolge generi e artisti. E su questo incasellare, personalmente, ne uscivo fuori di testa.

Per lavoro non è che possiamo schifare artisti o generi, dobbiamo ascoltare di tutto e sono finiti i tempi dove: “che merda questo, che schifo quello”. Non è serio, non è appunto professionale. Ci si deve mettere in gioco e studiare. Studiare le dinamiche alla base dei successi incomprensibili (per noi) e se possibile andarli a vedere e ad ascoltare. Così, prima di partire per l’Home Festival ho interrogato il più giovane in redazione e gli ho fatto una semplice domanda: “Che artisti mi consigli di andare a vedere?”

La risposta non mi ha stupito: Guè e Marra, Ghali, Sfera Ebbasta e Mudimbi sono stati i primi nominati. La risposta mi ha comunque preoccupato, ascoltati in precedenza 3 su 4 avevo avuto reazioni non eleganti. Quando senti così distanti i gusti musicali che hai da quelli delle nuove generazioni e vedi che i risultati sono tutti a favore di chi non ascolteresti nemmeno sotto tortura due domande te le fai.
O ti dai del vecchio.
O insulti i giovani (e non ti dai del vecchio, ma lo sei)
O cerchi riparo.

Il riparo, come detto, lo cercavo disperatamente in Caparezza. Che non è un rapper, ma è un rapper. Sfugge alla scena, ma ne fa parte e fortunatamente aggiungo.
Ho trovato conforto? Sì.
Dove? Nei testi di questo nuovo singolo.
Nonostante la musica la faccia da padrona, confermando l’incredibile capacità di Caparezza nel saper gestire ogni genere musicale, re del crossover non a caso, ma confermando anche una precisa volontà di veicolare messaggi solo a chi ha davvero voglia di receperli. Il Testo di prisoner 709  è infatti praticamente incomprensibile ad un primo ascolto, ma si rivela solo nei successivi, facendosi sempre più spigoloso e presente. “Il contatore o la muerte, è la legge della cifra. Oggi che la rete è l’unica, io giro con amo e lenza ma La gente ascolta la musica, non ascolta la coerenza” e ancora: “il mio ruolo che mi inchioda E non sono più di moda, Calvin. Sul mio conto slogan blandi”.

A questo punto sì che dovrei e potrei dire fine della storia.

Caparezza dice la sua e non è per nulla contento della deriva presa dalla musica incasellata sotto il genere rap, che va avanti a slogan, a messaggi inesistenti (trovatemeli in “scooteroni” per esempio) e a battaglie a suon di chi colleziona più dischi di platino nel minor tempo possibile (vedasi alla voce: dissing tra Fedez e Guè) o views sul tubo (le giovani leve), ma poi va anche oltre e il messaggio di fondo è che sfancula anche chi per lavoro incasella (come chi sta scrivendo) perché troppo preso a inserire negli scaffali gli artisti mentre non si preoccupa di ascoltarne il contenuto: l’opera.

In fondo continuerò a non capire, ma per fortuna so dove rifugiarmi dal 15 settembre.

Bentornato Caparezza.

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