Il circuito live in Italia ha perso i suoi punti cardinali

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Mi piace parlare di musica, di concerti, ai concerti. Soprattutto quelli minori, di nicchia, quelli dove ti puoi permettere tra una canzone e l’altra di voltarti verso la persona che ti sta di fianco e fare qualche commento sull’artista. Quelli che ti permettono di muoverti all’interno del locale per andare in bagno o prendere una birra. Chi è frequentatore assiduo dei live sa che non è una cosa scontata. Spesso si è talmente pigiati da essere un’impresa anche solo raggiungere con le mani la tasca per estrarre il cellulare e magari ricevere qualche sguardo teso dagli avventori nelle più immediate vicinanze. Capita così di sciorinare le proprie passioni e i propri artisti preferiti, in un percorso che comincia in un punto e finisce a milioni di anni luce in pochi minuti, con traiettorie ipertestuali che saltano meravigliosamente di palo in frasca.

E’ così che vengono fuori decine e decine di artisti e vicende nel giro di poche parole, nomi di album, collaborazioni, esperienze. Punti in comune, punti di distacco. E’ il mondo degli amanti della musica che si incontrano e si confrontano nel vero campo di battaglia della loro passione, il concerto. Nei locali, nei palazzetti, negli stadi e nei teatri come nei cortili e nei giardini delle ville, nelle chiese. Dopo un po’ diventa una sorta di metropolitana dove inizi a riconoscere le stesse facce, dove alcuni movimenti diventano col tempo naturali e automatici come lo spostarsi a destra sulle scale mobili.

Quest’anno come non mai, immerso in questo tipo di discorsi da sotto palco, mi sono ritrovato a commentare di quasi ogni artista citato cose del tipo ‘ah si, questa estate suona in Italia..’ e sempre più spesso mi sono fermato a riflettere su cosa è diventato il circuito live mondiale e in nel particolare quello italiano. Provate a pensare ad un qualsiasi artista di qualsiasi genere e con una probabilità percentuale che sfiora il novanta percento questa estate lo troverete su un palco in Italia. Magari più volte e in posti assurdi. Se è vivo, questa estate passa in Italia (prevedo comunque che questo contrattempo della morte verrà presto sconfitto come già è successo con Ronnie James Dio il cui ologramma già calca i palchi di tutto il mondo).

Questo fenomeno di massificazione del live comincia ad avere degli spiacevoli effetti collaterali. Ovviamente sembra di essere alla mattina di Natale tutti i giorni e lasciarsi sopraffare dall’entusiasmo è normale, ma io sono sempre stato il riflessivo guastafeste. Capitemi, vedrò nei prossimi mesi alcuni tra i miei musicisti preferiti più volte ma mi chiedo se questo sia giusto per il mio amore verso la musica, per quel sentimento di appagamento che ricevevo in cambio di una sofferenza costante da privazione, un romanticismo di attesa costante e inappagata da amata che aspetta il proprio cavaliere alla finestra. Sono cresciuto in un’era dove internet non ti portava in cameretta tutto quello che chiedevi e quando trovavo un album che mi piaceva o il nuovo album del mio gruppo preferito equivaleva a scovare un tesoro insperato. Ancora prima di ascoltarlo guardavo il cd e la sua copertina come un cimelio proveniente da un altro pianeta, misterioso e tutto da scoprire. Non posso non ammettere che benché ora dei miei gruppi preferiti abbia accesso a praticamente tutto, anche materiale un tempo precluso e introvabile per il fan medio relegato al di là di un oceano, si senta la diminuzione del mistero e della meraviglia non avvelenata dall’anticipazione, dai teaser, dagli estratti. Quando ora arriva un album di lui sappiamo tutto e ne abbiamo già ascoltato su internet quasi metà. Non stiamo a fare filosofie facili, ma avere facile accesso e quantità smodate di qualcosa lenisce l’amore e leviga quello scalino necessario della ricompensa ad una fatica, una privazione, una sofferenza nata dall’attesa e dalla frustrazione.

Così i concerti. Vedere in vita uno dei propri artisti preferiti era una cosa tutt’altro che scontata. Era un regalo del fato, era trovare il biglietto d’oro dentro la barretta di cioccolato. Vederlo poi su un palco ti riconciliava con innumerevoli ore ad ascoltare la sua voce, il suo strumento, gli articoli scovati in chissà quale rivista che parlavano di gesta mitiche lontane galassie dal nostro modo di vivere. Andare ad un concerto era un viaggio che ti formava, ti cambiava, un’avventura che non era per tutti. Arrivati al concerto poi ci si guardava tra il pubblico come se si fosse parte di una spedizione di popolamento su Marte, un’ elite di combattenti. Vedere un concerto ti bastava per mesi, per una stagione musicale. Ti ritenevi fortunato.

Ora c’è tutto, troppo. A volte mi trovo a spazientirmi se un concerto è a più di 50 chilometri da me. O se un artista che ho già visto svariate volte non più di un anno prima annuncia un tour che non tocca l’Italia. Ogni giorno annunciano  un concerto, date che toccano posti che una volta non venivano nemmeno considerati. Nascono e muoiono Festival e rassegne gigantesche con il ritmo di un battito di farfalla e la conseguenza di un appiattimento totale dell’offerta e dei valori musicali, della storia.

Non stiamo qui ad analizzare le motivazioni per cui il mercato del live è cresciuto a dimensioni giurassiche, ma le ripercussioni che ha sulla cultura musicale. Perché la cultura della musica è una cosa importante, il modo di usufruirne nobilita noi e gli artisti. Ingozzarsi a questo modo è increscioso e offensivo. Quasi passano inosservati concerti di questa estate di gente come Robert  Plant, Steven Tyler, gli America per dirne alcuni e questo alla lunga danneggia tutti, gli artisti, il pubblico e la musica tutta.

Per un amante della musica la primavera e soprattutto l’estate diventa un tour de force da un concerto praticamente ogni giorno, che vuol dire soldi e tanti chilometri e pochissime ore di sonno. La passione è grande, enorme, ma la benzina finisce prima o poi e i colori cominciano a sbiadire, le note risultano sempre più stonate, vuote. Le facce degli artisti cominciano a confondersi, le loro esibizioni si standardizzano. Perché anche loro si trovano a dover fronteggiare dei tour massacranti e senza fine pressati da una concorrenza e un’esigenza del pubblico sempre più grande.

Nessuno accetterebbe mai di vedere meno concerti e di rinunciare a vedere il suo musicista preferito. Qui sta il vero patto che il mercato dei live ha fatto con il diavolo. Si passa sopra disorganizzazione e disagi, prezzi fuori mercato e circuiti clandestini di vendite biglietti, location inadatte e assurdità come i token per le consumazioni. Si passa sopra tutto e ci si lascia sfruttare e vampirizzare, e questo mi dispiace molto. L’esercito dei concerti non mollerà mai, vedrà cadere i suoi miti e nascerne altri. Suderà e urlerà fino a che ne avrà forza. Ma non posso liberarmi della nostalgia di quando era tutto più esclusivo, dosato, poetico, con una direzione da seguire, e i punti cardinali a indicarci la strada.

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