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Claudio Lolli, è morto il cantautore bolognese.

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Claudio Lolli è morto. Un cantautore, di quelli bravi.

Quello che quando Guccini nel ’76 mandò allegramente affanculo con la sua L’avvelenata chi lo tirava per la giacchetta, pubblicò Ho visto degli zingari felici e nel successo di quel LP fu presto affogato proprio dagli stessi. Quel movimento di tiratori di giacchette, del “meglio non aver troppo successo”, che la Storia oggi, sempre più frequentemente, chiama perdenti.

Leggevo non tanto tempo fa un’intervista a Claudio su Repubblica dal titolo: “la mia generazione ha vinto” e fu proprio quel titolo ad incuriosirmi, perché mai mi sarei aspettato da Lolli una frase del genere.

Ho letto quell’intervista avidamente alla ricerca della famosa frase e niente. Non c’era. O meglio: non ci sarebbe stata senza una domanda furba sull’emancipazione odierna delle donne (che poi a ben guardare dalla vera emancipazione o parità siamo ben lontani ancora oggi). Nonostante l’incalzare delle domande per arrivare a quella conclusione, le risposte del cantautore bolognese sono sempre state di intelligente consapevolezza del fallimento di un percorso, il tutto riassumibile con quella che ritengo la vera frase del pensiero “lolliamo”: “Cosa è rimasto di quel momento? “Ecco cosa è rimasto (indica la moglie Marina): più delle storie d’amore credo che non ci sia niente. Perché vedi, le rivoluzioni finiscono, le storie d’amore no“.

Fine.

Claudio Lolli ha dato sempre retta al suo cuore, di poeta, ha fatto scelte molto coraggiose, ma aveva un carattere pacato e di questa “debolezza” ha pagato in termini di successo artistico. In soldoni: ha raccolto molto ma molto meno di quello che la sua caratura avrebbe meritato. Ricordarlo solo per il titolo di una canzone è un enorme torto, ma oggi per i più è così, lui è quello di “Ho visto degli zingari felici”. E vi dirò di più, i molti nemmeno l’hanno mai ascoltata quella canzone.

Comunque Lolli le scelte le ha fatte sempre con coraggio, dall’imposizione dei prezzi politici ai suoi album, all’abbandonare una major all’apice della notorietà fino a continuare a scrivere senza filtri fotografie spietate e bellissime che in troppo pochi, sempre più, ascoltavano; nonostante un freschissimo Premio Tenco con “il grande freddo” nel 2017, un album pubblicato grazie al crowdfunding.

Se ne è andato tra una tragedia nazionale e la morte della regina del Soul, nel momento migliore per un destino beffardo che aveva come obiettivo quello di farlo uscire di scena in punta di piedi senza far rumore o distrarre le masse dei social.

Lo ricorderanno i nostalgici, quella parte sana del movimento che si sente in fondo colpevole di un fallimento, ma che ripete il mantra “almeno noi ci abbiamo provato”, ma lo ricorderanno anche altri, che in quegli anni nemmeno erano nati, che si sono appassionati alla sua figura di cantautore vero, da rispettare, meno fortunato di Guccini e De André ma non per questo meno importante nel panorama musicale italiano. Lo ricorderanno quelli come noi, che sono venuti su un po’ strani.

Fatevi un favore: dedicategli una mezz’ora e ascoltatevi quello che ci ha lasciato.

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