Com’è andato il concerto del 1 maggio 2018 (visto da casa)

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Non so come sia stato il primo maggio a Taranto, ma credo decisamente meglio di quello che si è visto e ascoltato a Roma.
Ma restiamo in tema romano, perché alla fine della fiera sono più i punti a favore del Concertone rispetto a quelli negativi e iniziamo a dare a Cesare quel che è di Cesare: la coppia di presentatori è stata davvero azzeccata, un ottimo esempio, ovvero una fotografia perfetta di quello che succede oggi nelle redazioni che si occupano quotidianamente di musica/entertainement.
Il vecchio e il giovane. In questo caso la vecchia e il giovane.

Non si offenda Ambra, appartengo più o meno alla stessa sua sventura geriatrica, so come ci si sente a dover subire l’affermarsi di gruppi e stili musicali che il nostro cervello bolla come osceni e non poter dire liberamente quanto questi ci facciano schifo perché abbiamo paura di trasformarci in quei vecchi bacchettoni che criticavano i nostri eroi degli anni novanta.
Ma i suoi tentativi di stare al passo di Lodo, che oltre a conoscere perfettamente chi si apprestava a suonare (?) aveva il pieno controllo della situazione con zero esperienza di “presentatore”, mentre lei arrancava costantemente cercando di fare battute o interventi sensati laddove in risposta tra il pubblico rotolavano cespugli di spine in perfetto stile film western, sono stati fallimentari.

Detto della coppia di presentatori e fatti i doverosi complimenti a Lodo, torniamo a parlare di musica e di chi si è esibito senza cadere nel facile tranello delle pagelle. Il bill era esattamente quello che mi aspettavo, un inno al genere musicale trionfatore della seconda parte del 2017 e di questo 2018: il rap in tutte le sue declinazioni. A far da corollario a questa invasione, i residui dell’ondata new indie italiana. Più che residui, i cloni di Calcutta, di Levante e via dicendo e un paio di esponenti della vecchia guardia che avevano l’arduo compito di accontentare la fascia di pubblico più tradizionalista, vedere alla voce Gazzé, Consoli, Nannini. Il finale internazionale con il redivivo FatBoySlim credo si possa tralasciare.

Alla fine della fiera il new rap ne esce vittorioso anche nelle performance, sia nella giornata di ieri, sia spaccando le ossa alle scene musicalmente pietose che gli indie rimediarono nella scorsa edizione del concertone. Anche la manifestazione romana ne esce bene o meglio non ne esce sconfitta, perché conferma di essere al passo coi tempi, non arroccandosi su preconcetti e dando ampio spazio al genere musicale che più sta andando nel Paese ponendo finalmente la parola fine alla presenza che in passato era diventata ridicola di quei gruppi che vedevi o sentivi solo al Primo Maggio (“la musica balcanica ci ha rotto i coglioni” cit.). Onore al merito.

Gli sconfitti, a parte la già citata Ambra che ha tutta la mia solidarietà (salvo per i suoi outfit), sono gli indie. I grandi nomi sono o rimasti a casa a leccarsi le ferite dopo la magra figura dell’anno scorso, o sono andati a Taranto in un ambiente più consono e ritagliato a loro sia a livello di pubblico che risonanza mediatica. Al massacro sul palco di Piazza S.Giovanni sono state piazzate le nuove leve, quelle che impietosamente ho chiamato cloni. E hanno fallito. A tal punto che “”Mi sono rotto il ca**o” degli Stato sociale targato 2017 è da rivalutare come performance da mettere nel best of della manifestazione.
E il rock?
Non pervenuto se non per gli “indiani” Zen Circus. Ultimi rappresentanti credibili del genere italico, che hanno avuto dodici minuti per piazzare un “un due tre” da KO emozionale, tanto che mai come ieri ho tifato per la tribù dei Lakota contro i cattivi del 7º Reggimento della cavalleria.

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