Perché non dimenticheremo mai il concerto di Eddie Vedder di ieri sera

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Sapete che cosa si intende con il termine ‘pensiero magico‘? E’ la tendenza dell’essere umano a sorpassare il concetto di causa/effetto che lega il vissuto con la nostra percezione di quello che avviene attorno a noi. Tutto nel pensiero magico ha un valore e un significato più profondo e misterioso, oscuro. Non a caso questo tipo di meccanismo è più sviluppato nel periodo dell’infanzia e non a caso rispunta nei nostri processi mentali in quei frangenti durante i quali nell’infanzia veniamo rispediti di peso.

Non è un azzardo usare la parola magia per quello che è successo ieri a Firenze durante il concerto di Eddie Vedder, perché a volte il sottile filo che divide i nostri pensieri magici dalla fredda e cruda cronaca quotidiana diventa talmente sottile da diventare trasparente, una pellicola attraverso la quale possiamo scorgere quello che c’è al di là e che il pensiero magico si limita a suggerirci sporadicamente.
Succede così che un concerto non è più solo musica proposta ad una moltitudine, una voce non è solo una vibrazione di corde vocali dovuta all’aria che sale dai polmoni, uno strumento non è solo un oggetto fatto di legno e metallo, come un palco non è più un pavimento scuro sul quale saltare, sudare, gridare.

Ieri sera questo piccolo prodigio, che bene o male si ripete ad ogni grande evento musicale, era più potente che mai. Un flusso di pensieri magici si sono incontrati sopra l’Ippodromo del Visarno e hanno creato un enorme plumcake (si, bravi, Ghostbuster) di pensiero positivo che come un enorme zeppelin si è appostato nel cielo stellato, quel cielo che avrà anch’esso una parte in questa stupenda storia del concerto di Eddie Vedder.
L’eccezionalità della cosa si leggeva già a sole non ancora calato negli occhi di Glen Hansard, cantante e musicista irlandese che Eddie ha preso sotto la sua ala musicale e personale, un legame che crea una forza prorompente durante i loro duetti che nella seconda parte del concerto prendono forma con la bellissima “Falling Slowly” una canzone che, scusate se è poco, vince un Oscar nel 2007 per la colonna sonora del film “Once”, su cui Eddie scherza dicendo: “Porta lo stesso nome di una canzone del nostro primo album, anche se non mi fido molto della mia memoria”. Glen è deciso a creare uno show il più completo e rumoroso possibile, se sono vere le voci che dicono che una volta sapute le dimensioni effettive della massa oceanica che si sarebbe trovato davanti a Firenze ha richiamato in fretta e furia i componenti del suo vecchio gruppo per creare un set sonoro più completo e meno intimo.

Eddie non si è preoccupato di snaturare il suo show e così facendo ha preso vita il contrasto più incredibile e poetico che abbia mai visto in un concerto. Come una bellissima rosa rossa in un terreno vulcanico nero, a Firenze ha preso vita uno dei pochi casi del creato in cui il contrasto dà vita alla bellezza. Lo shock dell’inaccostabile ha prodotto un cocktail di emozioni che si sono avvolte su se stesse a spirale disegnando un’esperienza irripetibile.

Sul palco un concerto da one-man show, intimo, voce e chitarra e in un caso organo (cover di Pink Floyd con “Comfortably Numb” e omaggio a Roger Waters) e sotto il palco la folla mastodontica di un festival rock estivo. È il live del suo tour solista più grande di sempre, e lo annuncia subito. Eddie torna su questa cosa più volte durante la serata come a volerlo ripetere prima di tutto a se stesso, per svelare la patina di incredulità nel vedere quel marasma di persone pendere dalle sue solitarie note di voce, chitarra, ukulele e mandolino. Ci scherza anche più volte (“Domani su questo palco vedrete gente come System Of a Down e Prophets Of The Rage e oggi vi beccate un ukulele!”) innalzando il piccolo e fragile strumento in aria, appena prima di accompagnare le parole di “Can’t Keep” e della deliziosa “Sleeping By My Self”, scherzando ancora: “Stasera siete tantissimi ma questa notte dormirò da solo”.

Incespica più volte dando la colpa al vino che come sempre accompagna le sue esibizioni ma la verità è che Eddie ieri sentiva il peso dell’unicità della serata come tutti noi, mostrando un tenero nervosismo da irripetibilità. Lo sentivamo noi, lo sentiva lui, lo sentiva il cielo. Ricordate cosa dicevo del pensiero magico? L’unicità dell’evento ieri si materializzava in una sensazione aleggiante di inevitabilità. è ora, è stasera. I fuochi d’artificio, il patrono. Eddie che come sempre (e soprattutto in Italia, Paese dove ha conosciuto la moglie alla quale dedica “Rise”) si inserisce nel vissuto del posto che lo ospita e si è teneramente informato sul motivo che ha tardato la sua esibizione, i fuochi artificiali in occasione del patrono fiorentino, ha chiesto a qualcuno da quanto si festeggiasse e si è sentito risponder: “Be’ da sempre no, idiota”.

Il patrono che viene citato nuovamente nel momento più emozionante, almeno per quanto mi riguarda. Se avete seguito le vicissitudini ultime legate al tour di Eddie avrete di certo letto dei suoi tributi sempre nascosti e più o meno velati ad un suo grande amico scomparso, una perdita che ha distrutto una fetta grandissima di mondo musicale. Ieri parlando del patrono San Giovanni dice: “San Giovanni, mi fa pensare molto ad un gruppo che ha le stesse due iniziali: Soundgarden”. Anche senza mai nominarlo, quello di ieri è stato il riferimento ad ora più diretto all’amico Chris Cornell, appena prima di iniziare una quasi insostenibile “Black” cantata da tutti tra le lacrime, finita con un “come back, come back..” sussurrato con voce rotta dall’emozione che mi ha colpito come un pugno allo stomaco.

I momenti magici sono stati tanti, dalla bellissima chicca “Untitled” agganciata ad “MFC”, un dittico ben conosciuto a chi ha apprezzato il live del 2000 “Live On Two Legs” (a mio parere ancora il loro migliore album dal vivo) ai bellissimi estratti dalla colonna sonora di “Into The Wild” di Sean Penn, ai pezzi storici dei Pearl Jam (particolare e strano tributo al compagno Stone Gossard prima di uno di questi) a “Smile”, “Sometimes”, l’apprezzatissima “I Am Mine”, la perfetta apertura con la canzone con il titolo più lungo del loro catalogo “Elderly Woman Behind The Counter In a Small Town” e la perla “Wishlist”.

Il culmine del pensiero magico si ha al momento della cover di “Imagine”, in occasione della quale celebra il riconoscimento di Yoko Ono come co-autore del testo con il marito John Lennon dopo tanti anni. Canzone che viene poco dopo il già citato tributo a Cornell che egli stesso proponeva spesso nei concerti del suo ultimo tour solista in supporto dell’ultimo (per sempre) album “Higher Truth”. Con un tempismo che ha davvero del magico, appena dopo l’ultima nota di “Imagine” una stella cadente ha infuocato il cielo dietro Eddie rigando di fuoco tutta la volta stellare per poi dividersi in due e morire nell’ostilità dell’atmosfera, incoronando un ignaro Eddie Vedder in un’istantanea che i presenti si porteranno fino a dove finirà il sentiero della loro vita.

 

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