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Visionari e venerati, ecco i Duran Duran 2015

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Bisognava esserci al primo signing dei Duran Duran in terra italica per capire che rapporto il quartetto di Birmingham ha col nostro pubblico. Un’onda di amore e riconoscenza ha investito il Mondadori Store che nei giorni scorsi ha accolto la band per la promozione dell’ultimo disco Paper Gods (subito numero 2 nella nostra classifica).

Un’affezione che difficilmente si riscontra con altri artisti stranieri nel nostro Paese, e questa non è una novità
perché il “love affair” tra gli ex paninari e i wild boys va avanti ormai da 30 anni. Tanta era la commozione al firmacopie che una manager del loro entourage ci ha detto: “Sembra di assistere al ritorno a casa dalla mamma premurosa”. La mamma è l’Italia, tanto per capirci.

Dietro la scrivania di Simon, John, Nick e Roger i regali (fiori, pelouche, cibo, quadri, strumenti musicali, disegni) si accumulavano peggio che ai concerti di Justin Bieber. Che i fan dei Duran siano come i loro idoli, degli eterni Peter Pan? Forse è vero, anche se la mole di cadeau era rafforzata anche dagli omaggi della second generation, i figlioletti delle mamme che volevano sposare Simon Le Bon. E quella è la cosa più incredibile da verificare sul campo, il legame che si tramanda visceralmente in tante famiglie italiane.

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Sul fronte della tenacia (del pubblico e degli artisti), i Duran sono dei Pooh nostrani, rappresentano un credo più che una passione. Ma visti dal vivo, all’Mtv World Stage in piazza Duomo, è tutta un’altra cosa rispetto agli idoli italici. Il loro funk melodico è pressocché unico di questi tempi, un repertorio che illumina e apre a ricordi “di quando si stava bene”, un’esplosione di sapienza pop che ha poche analogie con quello che ci propina il mercato oggi. Certo, si prendono pure degli sfizi, come quello di aprire lo show con la difficile Paper Gods, tre tempi in un pezzo che parte gospel, si tormenta con lo slap di John Taylor e finisce in un ritornello che più Duran non si può.

Per rimediare al parziale sconcerto della piazza, ci infilano subito quella The Wild Boys che proprio a Milano ha rappresentato esattamente trent’anni fa un inno generazionale deriso e vituperato (il disimpegno dei ragazzi di piazza San Babila, tutte firme e hamburger e poco cervello) che però è stato riabilitato. I due pezzi sono sottilmente legati da un’ironia di fondo, che fa dei Paper Gods e dei Wild Boys protagonisti della stessa sostanza.

In fondo la buona musica li ha fatti sopravvivere anche all’immagine che proiettavano dai video di quella stessa Mtv, che proprio a Milano agli EMA li celebra come “Visionari”, il giorno dopo lo show in Duomo. Coraggiosi lo sono stati, e se Mtv li definisce visionari è un riconoscimento a chi ha inventato un linguaggio, a chi ha aperto il mondo della videomusica con la naturalezza tipica di chi se lo può permettere.

E questo vale anche per l’ultimo Pressure Off, clip arrivato in differita rispetto all’uscita estiva del tormentone, proprio perché i Nostri dovevano trovare la veste estetica giusta. Trovatevi dei 50enni che osano un bianco e nero con primi piani come fanno loro oggi. Impossibile. Ecco perché, anche se manca l’inventiva dirompente dei primi anni 80, le loro creazioni estetiche e musicali fanno ancora scuola.

Grazie a Christian D’Antonio

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