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La soundtrack di Everything Sucks! è un affresco leggero della musica degli anni ’90

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Everything Sucks è una canzone di un gruppo punk chiamato Descendents padri del movimento californiano degli anni ’80. Ma la citazione della nuova serie di Netflix finisce qui perché di punk non ha niente. La sua impostazione nostalgica ha una vena estremamente pop e sebbene siamo ancora dentro il calderone del revival anni ’80 che non accenna a esaurirsi, la grande ruota della revisione storica pare sia arrivata agli anni ’90.

Attenzione però. Non c’è flanella e non c’è eroina, non c’è rabbia e nemmeno una goccia di pioggia. La vicenda è ambientata nell’anno 1996 e il grunge è già un terremoto sepolto dal positivismo, dal brit pop, dalla rivoluzione rock femminista di Alanis Morrisette. Non c’è la musica figa di quel periodo, la musica per i palati fini, i pochi eletti, non ci sono i Sonic Youth. C’è un grande affresco leggero e veloce, facile, come la durata delle puntate e il tono affrontato.

Poco più di venti minuti l’uno, gli episodi di Everything Sucks raccontano le vicende di un pugno di liceali (per lo più matricole) che spendono la loro vita in una città chiamata Boring (se la leggerezza del tono non fosse resa già chiara dall’inizio) in un mondo che approccia all’era globale in maniera ancora impacciata e guardinga, dove il mondo era ancora trincerato da strade, muri fisici, quelli fatti di mattoni e sporadiche finestre. Dove le tue interazioni erano ancora limitate a una manciata di esseri umani, la famiglia e gli amici.

Dove ogni minimo cambiamento nelle loro vicende e nei loro umori provocava un terremoto anche nelle nostre vite, dove l’aria che si respirava era condivisa. Alcune dinamiche raccontate sono universali e fuori dal tempo ma altre pare guardarle attraverso il vetro oscurato di una camera iperbarica sospesa a milioni di chilometri nello spazio profondo. Sono passati ventidue anni dalle vicende della serie ma sembrano ere geologiche in alcuni frangenti.

Così nessun telefonino compare nelle vicissitudini dei protagonisti dell’aspirante regista Luke O’Neill e della sua amata Kate Messner che rifiuterà il suo amore in un percorso di scoperta sessuale che la porterà nella direzione opposta. I nerd McQuaid e Terry sono strani e fuori dai canoni come quelli che vanno di moda oggi ma senza internet, senza social a potenziare in maniera anacronistica la loro stravaganza.

Tutti i temi sono affrontati in maniera non drammatica e leggera e tutto è coadiuvato da una presenza massiccia e contestuale della musica di quegli anni. Così Kate ha la conferma della sua identità sessuale durante un concerto di Tori Amos e in particolare durante l’esecuzione di “Silent All These Years”. Un’amicizia sboccia sulle parole di “Don’t Look Back In Anger” degli Oasis, una dichiarazione viene filmata riproducendo le immagini dei videoclip musicali che allora giravano in televisione negli USA come da noi, video di “Ironic” e di “Wonderwal”, un viaggio viene suggellato da “Cornflake Girl” di Tori Amos, non può mancare “Two Princess” degli Spin Doctor e una bella scena di amore viene impreziosita da “Ordinary World” dei Duran Duran. Anche alcune chicche dimenticate come “In The Meantime” degli Spacehog e “Semi-Charmed Life” dei Three Eyes Blind.

Alcune cose sono come allora, altre sono un piacevole ricordo come i walkman e i VHS, altre ancora sono un cimelio sbiadito di un mondo che non c’è più e che ci manca da morire, come regalare un cd ad una ragazza che ci piace. Forse le parole delle canzoni si inseriscono ancora nelle nostre vite con il potere di raccontarle e in qualche modo di purificarle, esorcizzando il male. Ma che fatica. Che fatica non lasciarsi andare e dire che tutto fa schifo.

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