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Foals, il report e le foto del concerto a Milano del 28 gennaio 2016

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Se mettete un petardo in una scatola di carta, le cose sono due: o il rumore viene attutito o, se il petardo è abbastanza grosso, la scatola esplode. Se si fa lo stesso discorso con una bomba, però, il campo delle possibilità si restringe. Chiamate la scatola “Fabrique” e la bomba “Foals” e avrete più o meno una mezza idea di quello che è successo ieri sera 28 gennaio 2016, a Milano, per il tour di “What Went Down”, ultima fatica del gruppo di Oxford.

Che la serata fosse calda lo si era capito già all’alba del gruppo di apertura, gli Everything Everything, una delle realtà-spalla più interessanti che siano state proposte negli ultimi anni. Perché far battere le mani a tutti più o meno ad ogni pezzo è già una soddisfazione, ma lo è ancora di più quando suoni prima di una band che i presenti non vedono l’ora di sentire. In questo Higgs e soci riescono alla grande, con una precisione tecnica veramente invidiabile e l’aiuto dell’intramontabile cassa in quarti che rende subito tutto bello e ballabile. Quello in cui peccano, cercando il pelo nell’uovo, è deludere le aspettative create melodicamente, annunciando pezzi che in realtà non esplodono mai davvero e rimangono su un livello che, nonostante tutto, è comunque sopra la media. Forse proprio per l’alto livello offerto il tempo scorre in modo piacevole, fra l’intro melodico di “To The Blade”, brano di apertura, ai synth sincopati della chiusura con “Distant Past”, passando attraverso il classico dalle batterie tribali “Cough Cough”. Ma la portata principale arriva dopo qualche minuto, dopo il saluto di Higgs, dopo lo spegnimento delle luci.

Una batteria elettronica entra in sordina, mentre i fari posteriori del palco si animano a ritmo. Jack Bevan sale sul palco, bacchette in mano, e dopo qualche secondo è già seduto e pronto a seguire la base. Quando dà il primo colpo di cassa il pubblico esplode, forse anche perché gli altri membri della band si sono messi in posizione. Bastano le prime note di voce di Yannis Philippakis, il cantante, per riconoscere il pezzo: è “Snake Oil”, brano estratto proprio da “What Went Down”, che inonda il Fabrique con le sue chitarre graffianti e stordisce con una forza dieci volte superiore a quella della versione studio. Basterebbero quei pochi secondi a capire cosa ha valso ai Foals più volte la nomina come “best live act” ma chiaramente lo spettacolo è appena iniziato.
Alla fine del pezzo Yannis saluta Milano, abbozza un “Grazii” e non fa nemmeno in tempo a permetterci di sorridere che Jimmy Smith, il chitarrista, suona l’intro di “Mountain at My Gates”, uno dei singoli di punta del nuovo album. Che sia fra i brani più conosciuti e apprezzati si vede dall’accoglienza, espressa in un misto di mani al cielo e singalong del pubblico che dà lì alla fine del concerto non si fermerà mai. E questo succede grazie al ritmo serrato della scaletta, che ci delizia subito con chicche del calibro di “My Number” e “London Thunder”. Il groove inarrestabile non si placa nemmeno nella pausa in cui la band si allontana per problemi tecnici e, quando ritorna sul palco con “Providence”, il boato del pubblico è ancora più forte di prima.

Quando tutto sembra sull’orlo di scoppiare, “Spanish Sahara” regala uno dei pochi momenti di tranquillità, dando inizio ad un poker mite che comprende anche “Red Socks Pugie” in versione slow, “Late Night” e “A Knife in the Ocean”, che riporta la narrazione di nuovo fra le pagine dell’ultimo disco.
Tutta questa sospetta tranquillità non è altro che una preparazione al meglio: Yannis ci chiede se siamo pronti e ci incita ad urlare con lui senza annunciare che quello che sta per succedere si chiama “Inhaler”, uno dei pezzi più duri che abbiano scritto. La zona centrale del Fabrique si disgrega nel pogo, mentre il frontman si avvicina alle prime file prima di lanciarsi in uno dei tanti momenti di stage diving. Perché la stessa cosa succede nell’encore, che si apre con “What Went Down” e si chiude con “Two Steps, Twice”, in cui il cantante scende dal palco, arriva al bancone del bar e ritorna al suo posto in un ultimo tentativo di crowd surfing. E, ringraziandoci, ci dice che ci ama, in uno slancio bestiale che è la fine di una performance da premio per davvero. Anche noi vi amiamo, Foals, e come ogni storia d’amore che si rispetti sentiamo già la vostra mancanza.

Fotogallery a cura di Mathias Marchioni

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