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L’indie rock italiano è morto, viva il rock (e anche l’indie)

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Vent’anni fa, il 5 settembre 1997. Quel giorno salì al numero uno della classifica degli album più venduti in Italia “Tabula Rasa Elettrificata” dei CSI. Mai prima di allora una band alternativa, oggi si direbbe indie, aveva osato tanto. Ci restò una settimana. Fu il canto del cigno.

Vent’anni fa. Il periodo d’oro. I Subsonica con l’album omonimo, i Bluvertigo con “Metallo non Metallo” e gli Afterhours con “Hai paura del buio?”. Sarebbe davvero troppo facile fare un paragone tra quella stagione d’oro del rock e della musica alternativa italiana con quello che è oggi l’indie italiano. Ed infatti non lo farò, ma un dato balza all’occhio.  Vent’anni dopo quel periodo, la musica italiana torna a far parlare di sé, entra nei piani alti della classifica con dei gruppi nuovi, di giovani e per i giovani e tutto questo è accompagnato dal successo commerciale. Questa è, a prescindere da qualsiasi analisi, una buona notizia. Quella cattiva, per gli amanti del genere è che, vent’anni dopo, non c’è più traccia del rock alternativo italiano.

E degli eroi di allora cos’è rimasto? Poco.

Esclusi Vasco, Litfiba e Ligabue che per numeri e anzianità di servizio, nella seconda metà degli anni novanta avevano già sperimentato gli stadi, non si possono considerare indie rock, dei Marlene Kuntz oggi si registrano tour su tour celebrativi dei tempi che furono, idem per i CSI con le rispettive carriere soliste, anche se con alcune eccezioni date da progetti artisticamente eccellenti come quelli di Maroccolo.
I Subsonica rimangono fedeli alle loro origini musicali, ma senza spostare di una virgola i numeri della loro audience, mentre i Bluvertigo si sono schiantati un paio di volte negli ultimi tre anni. Per loro una reunion abbozzata, un nuovo album abortito dopo un singolo nemmeno malvagio e Morgan, il loro leader e deus ex machina che tra polemiche, partecipazioni ai talent interrotte bruscamente e un’ultima serie di dichiarazioni tra le quali “Il Morgan che avete conosciuto fino ad oggi è morto.” si dimostra alquanto confuso.

Il più popolare di quella wave, oggi, è sicuramente Manuel AgnelliIl leader degli Afterhours ha dato una spinta decisa alla sua popolarità quando è finito a fare il giudice di un reality a tema musicale in TV. Ed è di quest’anno la conferma che condurrà un programma tutto suo sulle reti pubbliche nazionali. Da un certo punto di vista è proprio con Manuel e la sua partecipazione all’edizione 2017 di Xfactor che il cerchio si chiudeQuest’anno gli erano stati affidati i gruppi musicali e tante erano le aspettative sul suo lavoro di talent scout. Un lavoro durato più di tre mesi, che lo ha messo finalmente nella posizione di confermare quello che ha sempre professato: scendere nell’arena per occupare uno spazio culturale e ottenere quel potere che gli avrebbe concesso di far emergere un punto di vista diverso, il riaffermare l’unicità artistica. Questi buoni propositi alla fine hanno partorito i Måneskin, gruppo rock di giovanissimi che ad oggi ha proposto nulla di più di un condensato di stereotipi del rock internazionale degli anni che furono. E che cantano in inglese.

Un’immensa occasione mancata, che conferma la tesi iniziale.

L’indie rock italiano è morto e ad oggi non ci sono segnali di rinascita di quella scena. Questi sono gli anni del pop e del rap, a loro dobbiamo affidare le speranze e le aspettative di una cultura artistica e musicale che alla fine degli anni novanta ha raggiunto migliaia di ragazzi e ragazze che oggi devono, se vogliono, cercare altrove un appagamento artistico. Non sarà facile.

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