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L’eredità artistica di Jeff Buckley, a 21 anni dalla sua morte

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Il 29 Maggio del 1997 ci ha portato via Jeff Buckley, uno degli artisti più grandi del nostro tempo. Non l’ho mai vissuto come fan quando era in vita, ho ascoltato la sua musica quando non c’era più e come molti ho dato alla sua immagine un’aura quasi divina, ultraterrena. È inevitabile ascoltando la sua musica, mettendo sul giradischi quel capolavoro di “Grace”, le perle incastonate in “Sketches for My Sweetheart the Drunk” e nei suoi live, tra tutti “Mystery White Boy” e “Live at Sin-è”.

Ho pensato spesso alla sua morte e anche a quella disgrazia col tempo ho dato una connotazione mistica, positiva. Come se quella sera di fine maggio questo trentenne dalla voce impareggiabile si fosse immerso nelle acque del Wolf River, affluente del maestoso Mississippi, non solo volontariamente, come effettivamente ha fatto, ma consapevole di abbandonare le sue vesti terrene e donarsi alla storia e al mito. Il suo roadie Keith Foti che quella sera guidava il furgone che avrebbe portato Jeff agli studi di registrazione per dare seguito a quello che rimane il suo unico album di studio ufficiale, Grace, ci ha raccontato i particolari di quella strana vicenda tragica. L’annegamento del corpo di Buckley, che si immerge per capriccio nelle acque di un fiume insensibile a questioni terrene come il respirare, il restare a galla. Un caso, un battello che passa proprio in quel momento e crea un risucchio fatale. Nessun mistero, nessuna dannazione. Jeff risultò pulito da droghe e alcool e detta di tutti in uno stato mentale stabile e sereno.

Facile perciò pensare a un disegno superiore che si allinei alla perfezione del suo esiguo lascito artistico. Ed è ancora più facile sulle note delle sue canzoni, o di quelle dei suoi amati artisti interpretate con grazia immanente, eterna. Come la famigerata “Hallelujah”, che Buckley consegna alle masse con un carico di bellezza centuplicato rispetto all’originale di Cohen.  Le sue struggenti versioni di “If You Knew” dell’amata Nina Simone e “If You See Her Say Hello” di Bob Dylan. Ho scelto i brani che raccontano in maniera il più completa possibile le varie forme attraverso cui l’immensità dell’artista Jeff Buckley si è espressa. A partire da un’altra cover della Simone, “Be Your Husband” che potete trovare nel live registrato nel locale Sin-è, dove un giovane e sconosciuto Jeff suona in mezzo alla gente che mangia e parla, e si possono sentire proprio i rumori in sottofondo di conversazioni e posate tintinnanti, mentre lui intona questo pezzo solo voce e ritmo battuto con i piedi in terra. Chiudendo con la canzone più eterea di tutte, “Corpus Christi Carol”, un canto religioso sostenuto da un falsetto divino che ha davvero poco a che fare con le banalità terrene. In mezzo le canzoni immortali di Grace. La “Grace” stessa ormai mito generazionale degli anni ’90, la Mojo Pin che ha un inizio unico che ti rimane impresso per sempre in un volteggiare di falsetto che crea bellezza e mistero. La grinta e la rabbia di “Eternal Life” nella versione più aggressiva ‘road’, la bellezza delle perle recuperate in Sketches For My Sweetheart The Drunk “Everybody Here Want You”, la rockeggiante “Yard Of Blonde Girls” così lontana dal suo stile abituale, l’emozionante blues di “Morning Theft”. Il Jeff dal vivo che si apre riguardo al suo travagliato rapporto con il padre Tim nella mai registrata in studio “What Will You Say”.

Ascoltiamo la sua eredità musicale e immaginiamolo leggero e sereno immergersi vestito, con gli stivali, nelle acque miti della storia. Voltarsi verso di noi, sorridere e farci un cenno. Scomparire ai nostri occhi, mentre dalla superficie del fiume si innalzano le sue magiche note. Per sempre.

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