Music Attitude

Le verità del CEO di Spotify, Daniel Ek, che ci hanno fatto tanto incazzare, ma chi e’ senza peccato…

daniel ek spotify

Le parole di Daniel Ek, CEO di Spotify, confermano il compimento di un’opera di demolizione di tutto il romanticismo e la magia che sta dietro al nostro ascoltare musica. Lo sapevamo già da tempo, ma questa pietra tombale sul sentimento e sulla passione che sta sopra il rito dell’ascolto fa lo stesso male. Così chiara e ufficializzata, dall’alto di un’istituzione, quella dello streaming, che è ormai talmente interiorizzata nel nostro quotidiano da essere ormai sinonimo del nostro approccio alla musica.

In un’intervista pubblicata giovedì con Music Ally, Ek ha affrontato queste lamentele e ha dato la colpa ai musicisti stessi.

Daniel Ek è svedese, un patrimonio stimato in quasi 5 miliardi, ed è della mia leva. Ha 37 anni, vuol dire che come me e molti altri è cresciuto con le cassette. E’ cresciuto comprandole vergini in stock da decine e decine, per poi rimpinzarle di musica amata, di momenti teneramente imbarazzanti di cadute di stile che un po’ biasimiamo e un po’ rimpiangiamo. Ha anche lui come noi schiacciato contemporaneamente i tasti di play e REC per carpire e immortalare un pezzo di vita dalle onde radio che imperversavano sopra le nostre teste. Almeno fino a che una sovraincisione non le avesse cancellate per sempre, una ritinteggiatura continua dei nostri gusti fino a quando il nastro magnetico della nostra cassetta non avesse tirato i remi in barca, fino a quando cioè la registrazione non diventava un lamento di una carrellata di fantasmi che urlavano tutti insieme la loro esistenza e la loro testimonianza all’interno del nostro vissuto.

Daniel Ek, come noi, ha passato il cambio di secolo piantonando i negozi di cd, facendo veleggiare il dito indice sopra pile chilometriche di dischi scegliendo la copertina più accattivante. Comprando album di sicura resa e comprovato gradimento, ma anche molte scommesse perdute basate su un solo singolo pezzo visto alla tv quando ancora i videoclip potevano fare la differenza tra un album di successo e un flop.

Ora però è uno dei cerimonieri di questa nuova era fatta di superficialità, di ritmi forsennati. Un’era che non consente di soffermarsi, di andare a fondo. <“negli scenari futuri non si può fare un disco ogni tre o quattro anni e pensare che sia sufficiente. Gli artisti che oggi ce la fanno capiscono che devono coinvolgere i fan. Si tratta di mettersi al lavoro, di creare uno storytelling attorno all’album ed intrattenere un dialogo con loro”> dichiara l’Amministratore delegato di Spotify, facendo così incazzare tre quarti degli artisti del mondo musicale. E non solo quelli attempati provenienti dall’era analogica come noi.

Perchè dietro alle parole di Ek c’è tutto un sistema di sfruttamento bulimico dell’arte musicale, che sfrutta questo tipo di ascolto estemporaneo che loro stessi hanno cresciuto e contribuito ad installare come forma vigente di fruizione. In quest’ottica i musicisti appaiono impietosamente come vacche sacre da spremere fino allo stremo, e in questo modo mettendo inevitabilmente in secondo piano la loro ispirazione. Sfornare un album in risposta ad un ciclo vitale votato al capitalismo, e non alla presenza o meno di materiale meritevole. Il risultato sarà avere prodotti sempre più scadenti, sempre più votati ad un ascolto veloce e poco impegnativo.

Un anno fa io come molti altri abbiamo gridato al miracolo con l’uscita del nuovo album dei Tool dopo ben 14 anni dal precedente. Un’affermazione di potere nei confronti del sistema musica, ma non molti possono permettersi un comportamento simile. Anzi, praticamente nessuno. <“Ci sono migliaia di gruppi da ascoltare..”> dice sibillino il CEO, quasi nascondendo una minaccia travestita da estorsione. Se non producete, nel tempo infinitesimamente piccolo di un click, l’utente vi cancellera scegliendo qualcun altro.

Una realtà fredda e sconsolante, che ci riporta agli occhi quel tragicomico colpo di genio di Charlie Chaplin stritolato dai meccanismi di una catena di montaggio in Tempi Moderni del 1936, un pensiero che ci ricorda come questo trend abbia radici lontane nel tempo, e il fatto che forse noi stessi abbiamo una responsabilità. Noi che abbiamo ascoltato i cd dall’inizio alla fine e che oggi, senza nemmeno accorgercene, siamo schiavi dello shuffle.

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