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Abbiamo ascoltato il nuovo album dei Metallica

metallica nuovo album hardwired to self destruct novembre 2016

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Otto anni sono davvero tanti. Specie se la band che tanto a lungo si fa desiderare risponde al nome di Metallica. E specie se trascorsi nell’attesa di un disco annunciato da una stagione all’altra, ma che non ha mai visto la luce fino ad oggi. Bene, “Hardwired… To Self-Destruct” uscirà il prossimo 18 novembre, ma noi abbiamo avuto l’opportunità di ascoltarlo e di farci più che qualche idea sul contenuto.

Iniziamo con lo sfatare un falso mito: di thrash non c’è (quasi) nulla. Quindi attenzione ad approcciarsi a questo disco con l’idea di avere tra le mani un ritorno alle origini, perché potreste rimanerne profondamente delusi. E poi: non ci sono ballad. Il fatidico brano “numero 4”, quello che gli ascoltatori occasionali non vedono l’ora di ascoltare su Virgin Radio, e quello che i fan della prima ora inevitabilmente odieranno, non c’è. O meglio c’è, ma non è un lento.

E poi, la scelta dei singoli. Se la scorsa estate “Hardwired” ci aveva scosso da un torpore lungo otto anni nel migliore dei modi, strattonandoci con un’anima hardcore fino al midollo, e se in un secondo momento “Moth Into Flame” e “Atlas, Rise!” avevano proseguito lungo la stessa strada, il resto di “Hardwired… To Self-Destruct” è ben diverso. E mi spiace dirlo, avrebbe potuto benissimo fermarsi a un solo disco.

Nel complesso, la nuova fatica di Hetfield è soci è granitica, mastodontica, imperturbabile e inscalfibile. Un macigno che, se inteso come fruizione e produzione è una bomba, tanto che ascoltare “Hardwired… To Self-Destruct” è ciò che di più si avvicina a un concerto dei Metallica a livello di impatto sonoro. Il problema, eccezion fatta per i già citati singoli e per “Halo On Fire”, un pezzo ispirato come non mai, con improvvisi cambi di tempo e di stile, tanto che sembra non voler finire mai, come se fosse dotato di vita propria, è il già citato disco numero 2 con i suoi mid-tempo pressoché indistinguibili l’uno dall’altro.

È evidente che i Four Horsemen si siano divertiti un botto a incidere questi pezzi, come farebbero quattro amici presi bene in sala prove, ma l’entusiasmo dei musicisti non riesce a contagiare il fan che si aspetta qualcosa di diverso, qualcosa in più. E poco conta se per la prima volta anche Trujillo partecipa alla scrittura di un brano (“ManUNkind”), e conta ancor meno “Murder One”, dedicata a Lemmy (ci ho sentito tantissimo “Fade to Black”). Giocare con l’hard rock, con lo sludge, con l’heavy classico come già successo in passato (“Re-Load” vi dice qualcosa?) alla lunga stanca. Soprattutto dopo 80 minuti consecutivi di disco.

Ma poi, arriva “Spit Out the Bone”. Sul finale ti sparano il pezzo che avrebbe dovuto (o se non altro potuto) essere la colonna vertebrale di tutto l’album. Thrash con una melodia intrinseca che fa davvero Metallica. Viene naturale dirsi: “e che cazzo, ma sputarlo prima questo osso no?”. Salvo poi dilungarsi in riff infiniti ma per carità, ci stanno.

Una cosa è evidente: i Metallica non hanno perso la vena creativa, ma avrebbero potuto non strabordare. Va bene che bisogna recuperare tanti anni di silenzio. Va bene che stavamo morendo dalla voglia di ritrovarli. E va altrettanto bene che a loro si può perdonare tutto.

metallica hardwired to self destruct cover

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