Metallica Seek And Destroy di Giorgio Costa

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C’erano una volta tre sfigati, nella Los Angeles dei primi anni Ottanta. Uno (Lars Ulrich) diventò uno dei più grandi batteristi metal del mondo, l’altro il primo produttore discografico del genere in America (Slagel). A loro si aggiunse un ragazzo introverso e timido (James Hetfield) che si sarebbe in poco tempo tramutato in uno dei più devastanti frontman del pianeta. Quella dei Metallica, raccontata in “Seek and Destroy” di Giorgio Costa (Odoya, interessante casa bolognese con un debole per il rock), sembra la favola del brutto anatroccolo moltiplicata per tre. Ed in effetti la parte della genesi dei Four Horsemen è indubbiamente la più intrigante, quella che ti spinge ad andare avanti per il resto del libro. Sarebbero poi arrivati i contrasti con Dave Moustaine (gemello diverso di James Hetfield), la scoperta di Cliff Burton e la sua morte che ha segnato parecchio la band e il successo planetario, ma indubbiamente queste sono le pagine più interessanti, quando il mito prende forma dalla materia grezza.

Che cosa rende un gruppo di giovincelli una band capace di sfondare nel mondo e di ottenere  legittimamente il suo posto non solo nella storia del metal ma anche in quella del rock? si chiede Costa, esperto di rapporti tra arte e potere nel Rinascimento, oltre che batterista e fan dichiarato. E la risposta è “la comunità”. Il senso di appartenenza ad una scena, la condivisione di valori fondamentali con un pubblico che non è solo un pubblico ma una vera e propria orda fedele. “We’re Metallica, You’re Metallica”. La miscela esplosiva nasce dalla determinazione non comune di Ulrich, il fan dei Diamond Head che sapeva fin dall’inizio dove voleva arrivare, ma anche da una serie di incontri fortunati:  Mustaine (poi allontanato quando si è capito che faceva ombra a Hetfield), Burton, Johnny Zazula (che credette in loro per primo) il produttore-santone Rick Rubin che dopo la crisi di mezza età li invita a ritornare “all’essenza” con “Death Magnetic”. Una bella storia, che fa comprendere quanto sia stato importante il metal nei bistrattati anni Ottanta e quanta influenza i Metallica siano stati capace di esercitare sulle altre band, da oltre un trentennio. Una success-story all’americana, ma anche la parabola di un gruppo che ha saputo cambiare pelle e trasformarsi (con il Black Album) per poi perdersi e tornare alle origini e sembra ancora lontano dalla parola fine, malgrado i componenti virino verso i cinquanta. La storia di un collettivo che riveste un ruolo importante nell’evoluzione della specie rock, un’analisi sincera – come sono spesso quelle dei fan – dell’alchimia che trasforma un semplice sasso in una pepita d’oro.

Paolo Redaelli

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