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The Heavy Countdown top 20, i migliori dischi del 2017

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Abbiamo parlato delle migliori uscite pop, rap, rock e metal del 2017. Oggi è il turno delle novità più importanti dell’anno che non fanno parte di nessuna delle categorie appena citate, ma che, più o meno apertamente, si cibano avidamente da ognuna di esse. Stiamo parlando di quei dischi di cui non sentirete mai nulla in radio, pur essendo la fucina della nuova creatività underground e alternative. Ecco il meglio della Heavy Countdown, la rubrica per chi non si accontenta dei soliti ascolti.

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CALIGULA’S HORSE – IN CONTACT
I Caligula’s Horse sono ormai dei veterani nel progressive metal. Arrivati oggi al quarto lavoro in carriera, non danno segni di cedimento sfornando un’opera complessa e stratificata, che è un’esaltazione dell’arte in sé e per sé e come strumento ideale per connettere gli esseri umani. Il vocalist Jim Grey, paragonato da molti a un mix tra Daniel Tompkins dei Tesseract ed Einar Solberg dei Leprous, è tra gli highlight di un disco che sicuramente sarà ricordato tra i titoli top del genere di quest’anno.

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EIDOLA – TO SPEAK TO LISTEN
“To Speak, To Listen” è un disco che cambia pelle ad ogni ascolto, e per questo sarà molto difficile che vi annoi. Nonostante sembrasse quasi impossibile replicare le fortune del precedente “Degeneraterra”, album cult sia per quanto riguarda il post-hardcore che il progressive-core, “To Speak, To Listen” presenta lo stesso gusto per la melodia per gli arrangiamenti e per la poesia che ha caratterizzato le uscite passate degli Eidola. Con in più qualche spruzzata di mathcore e metalcore, che non fanno altro che regalare sorprese ed emozioni ad ogni nota.

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ELDER – REFLECTIONS OF A FLOATING WORLD
Sulla scia dei Pallbearer (e molti altri) il 2017 è stato l’anno d’oro del progressive doom/stoner. E anche il viaggio musicale offerto dagli Elder è osannato da buona parte della critica estera. “Reflections of a Floating World” è un’esperienza pregna anche se spesso non facile da seguire in tutti i passaggi per chi non ha orecchie ben allenate. Ma una volta preso per il verso giusto, regalerà grandi soddisfazioni.

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FULL OF HELL – TRUMPETING ECSTASY
Abbiamo già avuto modo di apprezzare sublimi attacchi d’ansia causati dai Full Of Hell in seguito all’ascolto dei loro split risalenti al 2016, in particolar modo l’angosciante “One Day You Will Ache Like I Ache” in compagnia dei The Body. Oggi, finalmente, il quartetto grind/noise statunitense dice la sua in totale autonomia, e lo fa da dio, in appena ventitré minuti di una ferocia inaudita.

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HUNDRED SUNS – THE PRESTALIIS
Negli Hundred Suns militano membri di Norma Jean, Every Time I Die e Dead and Divine. “The Prestaliis”, il debutto degli HS, rimane un disco incredibilmente affascinante. I vari componenti infatti riescono a traslare le influenze dei loro main act in questo nuovo progetto, conferendogli quel tocco progcore che fa la differenza. E come se non bastasse, le reminiscenze deftoniane contribuiscono a rendere “The Prestaliis” una delle pubblicazioni più interessanti degli ultimi dodici mesi.

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HUNDREDTH – RARE
Gli Hundreth nascevano in origine come formazione hardcore/metalcore, ma che oggi ha deciso di virare verso i lidi eterei e nebulosi dello shoegaze (mantenendo però in alcuni momenti topici l’impronta dei cari vecchi tempi, vedi “Neurotic”). Certo, il rischio è di scontentare i fan, ma le idee e l’ispirazione per conquistarne di nuovi in “Rare” ce ne sono. E parecchie.

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IGORRR – SAVAGE SINUSOID
Trovare un senso nel delirio degli Igorrr è tutt’altro che semplice. Il loro genere si potrebbe liquidare come “zingarocore” (guardatevi il video di “Cheval” e capirete), ma il sound del combo francese comprende breakcore, death e black metal, lirica, elettronica, techno e reminiscenze barocche. Il segreto dell’approccio corretto a “Savage Sinusoid” sta nel leggerlo come un puro divertissement, ma realizzato da artisti che sanno perfettamente il fatto loro. E che hanno lasciato il segno tra le uscite discografiche dell’anno.

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MAKE THEM SUFFER – WORLDS APART
“Worlds Apart” è la colonna sonora di un film ambientato in un mondo a se stante (appunto), sospeso tra passato e futuro, suggestioni e violenza. I Make Them Suffer continuano a fare la spola tra deathcore e metalcore, abbandonandosi in questa nuova release ai più confortanti lidi della melodia e dell’elettronica, guidati anche dai clean vocals della nuova tastierista Booka Nile e con una direzione ben precisa in testa. Imperdibile per chi ha voglia di immergersi in atmosfere da sogno.

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OCEANS ATE ALASKA – HIKARI
Quello degli Oceans Ate Alaska non è il solito metalcore. Prima di tutto, per l’inusuale quanto gradevole ispirazione giapponese che permea “Hikari” fin dal titolo, e in secondo luogo, perché il nuovo disco degli OAA è solido e compatto nonostante le mille sfaccettature. Ma con la dovuta attenzione, è un lavoro che riesce ad essere convincente sia nelle linee melodiche più dolci che negli scatti d’ira più furiosi, e a crescere ad ogni ascolto.

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OUR HOLLOW, OUR HOME – HARTSICK
E poi c’è chi riesce a rendere attuale il metalcore “classico”, magari buttando fuori un disco di debutto assolutamente memorabile e formalmente perfetto. No, non è un sogno, tutto questo si chiama “Hartsick”. La forza della prima creatura degli Our Hollow, Our Home sta nella freschezza e nella coesione di elementi già noti (alternanza tra clean vocals e screaming, oltre che la presenza massiccia di breakdown) e in un’ottima cura per la melodia.

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PALLBEARER – HEARTLESS
Ricollegandoci al discorso fatto qualche paragrafo sopra per gli Elder, ecco i Pallbearer. Definirli una band doom tout-court sarebbe riduttivo. In primis per il cantato prog di Brett Campbell, e poi, per l’estrema varietà che “Heartless” ha da offrire. Nel suo essere contemporaneamente magniloquente e intima, la formazione dell’Arkansas riesce a toccare qualche corda nascosta chissà dove nel profondo. Approcciatevi al terzo album dei Pallbearer con timore reverenziale ma non lasciatevi intimidire. Vi scivoleranno fin nel midollo.

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PSYKUP – CTRL + ALT + FUCK
I francesi tornano alla carica con un sequel lungamente atteso e leggermente più “immediato” del precedente “We Love You All”. Il bordello e le fusioni sonore sono quelle di sempre, ma l’immediatezza risiede in qualche chorus melodico e determinati stacchi che rallentano l’isteria collettiva dei Nostri messa in musica. “Ctrl + Alt + Fuck” è sicuramente consigliato ai fan dei Destrage e ad adepti di Primus, Mr.Bungle, Dillinger Escape Plan e (anche) Strapping Young Lad prima maniera.

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STICK TO YOUR GUNS – TRUE VIEW
“True View” degli Stick To Your Guns era un disco intrigante ancora prima che uscisse, perché gli Stick To Your Guns hanno reso noti i testi di tutti i pezzi che compongono questa ultima release. Giusto per dire quanto le lyrics siano importanti al fine di veicolare un messaggio vitale: mettiti davanti allo specchio e trova il tuo vero io. Ma per farlo devi farti prendere dal melodic hardcore degli STYG. Tra chorus in pieno stile punk, incursioni nell’alternative rock (“56” e “The Reach For Me: ‘Forgiveness of Self’”) forse non ritroverete voi stessi, ma ascolterete un gran bel lavoro.

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THE WHITE NOISE – AM/PM
In trentaquattro minuti, i The White Noise riescono a buttare dentro un assortimento di generi non indifferente e soprattutto ben amalgamati. Alternative, metalcore e ampie incursioni nel punk rock contribuiscono all’ottima riuscita di un’opera prima spontanea ma al tempo stesso studiata nei minimi dettagli. Prendete pezzi più heavy (“Rated R…”), altri al limite del pop punk (“I Lost My Mind (In California)”), e emozioni in slow motion (“Montreal”) e avrete l’assaggio di un disco che non vi si schioderà di dosso facilmente.

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TIGERWINE – DIE WITH YOUR TONGUE OUT
Il debutto del trio statunitense è meravigliosamente caotico. Post-hardcore moderno venato di grunge e alternative, malato quanto basta per rimanere in testa fin dalle prime note e divertente dall’inizio fino alla fine. La risata isterica di “Die With Your Tongue Out” è finita dritta dentro la colonna sonora del nostro 2017. E ci rimarrà ancora a lungo.

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VEIL OF MAYA – FALSE IDOL
Con “False Idol”, i Veil of Maya proseguono sulla strada tracciata dal precedente “Matriarch”. Inutile dire che l’ingresso in formazione del vocalist Lukas Magyar abbia alterato gli equilibri, portando una ventata di melodica freschezza che però, fin dalla precedente produzione, aveva leggermente snaturato i VoM, portandoli oggi verso un sound simil-Peripheriano, piacevole ma di certo non originale. Ciò non toglie che in generale ci piaccia, e assai.

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WEAR YOUR WOUNDS – WYW
Ci sono voluti ben quindici anni di gestazione perché “WYW” vedesse la luce. Il side-project di Jacob Bannon indaga una pletora infinita di sentimenti umani, oltre che trasudare tensione ed emozione ad ogni nota. Le distorsioni tipiche del main act, l’intensità post-rock e le sognanti atmosfere shoegaze vanno a culminare nel loro insieme nella conclusiva suite-ninna nanna “Goodbye Old Friend”. Non solo per fan dei Converge.

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WHITE MOTH BLACK BUTTERFLY – ATONE
Altro side-project, altro album di qualità, seppur di tutt’altra estrazione. “Atone” può essere definito “mature pop” o “ambient pop”. Un prodotto che non basa la sua forza sull’energia delle chitarre, ma sulla bellezza degli arrangiamenti e delle voci di Daniel Tompkins dei Tesseract e della collega Jordan Turner, per un risultato paragonabile ai lavori di Massive Attack, Sigur Ros e Portishead.

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WOLVES IN THE THRONE ROOM – THRICE WOVEN
“Thrice Woven”, con il suo atmospheric black metal e un lieve accenno di folk, è tra i dischi più apprezzati nel suo genere del 2017. Tra accenni alle leggende norrene, chorus evocativi e zampillare d’acqua, i Wolves in the Throne Room dipingono a modo loro il ritratto di una natura selvaggia e spesso spietata, incapace di perdonare gli errori di noi comuni mortali. Crudele, ma da ascoltare assolutamente.

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ZEAL & ARDOR – DEVIL IS FINE
Avevamo parlato di “Devil Is Fine” a inizio anno come una delle uscite top degli ultimi dodici mesi. E la fatica di Zeal & Ardor si conferma tale resistendo alla prova del tempo. La mente contorta di Manuel Gagneux ha concepito l’idea che gli schiavi neri nell’America pre-Guerra di Secessione inizino a invocare Satana per combattere i padroni cristiani. Ecco spiegata la commistione tra gospel e black metal (ed elettronica). Il risultato è inquietante ma brillante.

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