Music, le pagelle della prima puntata

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La stramba foto di Marilyn Manson con Paolo Bonolis e Gianni Morandi ha acceso ilarità e curiosità nel mondo dei social in questi ultimi giorni. Vengo così a sapere che questa sera un programma “Music” ospita il reverendo e parla di miti della canzone, così che la curiosità mi porta a sedere sul divano, sorbirmi una buona dose di pubblicità e dare una chance al palinsesto Mediaset sperando esca qualcosa di buono e non oltraggioso per l’arte musicale. Sigla!

Il programma inizia bene tra una citazione degli Emerson Lake & Palmer e note dei Queen (Somebody To Love) ma subito si arena nel più classico schema nazional popolare, allontanandosi sideralmente dai talent (e potrebbe non essere cosa malvagia) ma avvicinandosi alla pomposità e immobilità impacciata e imbarazzata del Festival della musica italiana, che Paolo Bonolis ha presentato e diretto nell’edizione 2009. La noia si impadronisce presto di noi e cominciamo a bramare l’apparizione del reverendo Manson, tra un karaoke di Luca Zingaretti, attore, e esibizioni di Morandi ben poco stimolanti per il pubblico giovane. Mi sono fatto un’idea della situazione quindi comincio a picchiare duro. Pagelle!

Paolo Bonolis

Il solito mattatore, la butta subito sul citazionale colto per poi abbassare i toni al simultaneo subentrare dell’inflessione romanesca. Battute al limite dell’imbarazzo, naviga nella banalità ed è fastidiosamente ossequioso al cospetto di Zingaretti (totalmente fuori contesto con la sua deprimente esibizione di “I Migliori anni della nostra vita” di Renato Zero) e di Morandi. Con il mega ospite della serata Manson è sornione e tenta di stanarlo in alcuni temi spinosi come religione e satanismo, ma sa tutto di preconfezionato, innocuo. Sbeffeggia con la compiacenza della regia i fan stereotipati presenti in studio. Le premesse lasciavano presagire qualcosa di più, ma in un programma che omaggia la musica non puoi mettere alla conduzione uno che ama solo l’immagine e una stuccosa verbosità fine a se stessa.

Gli ospiti

Il tema della trasmissione voleva essere i miti dei nostri miti, un percorso a ritroso per capire dove fosse la musica in questa era di social e di contrasti sempre più marcati. Del suo percorso nella storia fino a oggi. L’esperimento è riuscito solo a brevi tratti. Morandi è un’icona immobile nel tempo, ormai consolidata, la sua presenza è come sempre straripante e il suo tocco del selfie con Manson è la trovata più potente della trasmissione sia dal punto di vista dell’intrattenimento che dell’impatto mediatico. Gianni Morandi, 73 anni. Luca Zingaretti, come detto, è un pesce fuor d’acqua e il suo intervento credo abbia decimato l’audience. Luis Fonsi e la sua Despacito tenta disperatamente di riagguantare il pubblico giovanile che credo sia arci stufo di quelle note tanto quanto il pubblico meno giovane. Si risolleva parzialmente con una cover insipida di una canzone bellissima di Phil Collins “Against all Odds”. Arriva il solito melodrammatico Cocciante e dopo averci lasciati nella consueta disperazione irrompe una delle poche note positive della serata: Levante, giovane e potente, fresca, reduce dalle mille polemiche legate alla sua partecipazione come giudice di X Factor. Canta “Vita” di Morandi/Dalla e il palco e l’attenzione è tutta sua. Alternativa ma mainstream allo stesso tempo è una miscela devastante e una futura icona della musica e dello spettacolo italiano. Da sola dà un pizzico di senso al programma. Ora, lasciato appositamente per ultimo, la star della serata. Sigla!

Marilyn Manson

Il reverendo si presenta mestamente seduto in poltrona al centro dello studio con la gamba fratturata in evidenza, regalo di una scenografia di un suo show che un mesetto fa si è staccata e gli è piombata addosso mentre si esibiva. Appare leggermente provato, molto composto e risponde con serafica immobilità alle domande di un febbrile Bonolis. Mentre tutto il pubblico italiano manda i bimbi a letto e si fa il segno della croce, Manson stupisce tutti con la sua normalità e umanità. Non è il diavolo, solo una persona complessa e un artista sì turbato e riflessivo, ma anche lucido e misurato. Alle domande di un Bonolis eccitato come uno scolaretto che scopre la rivista pornografica nel vicoletto dietro casa Manson schiva sapientemente ogni polemica. All’accusa di satanismo risponde con una riflessione leggera e pacata sul contrasto tra luce e oscurità, su Roma dice che la preferisce pensare come una città di cultura e di arte piuttosto che tempio religioso. Certo, quando paragona la Chiesa al McDonald mi sono ribaltato dalla poltrona, ma senza un po’ di pepe mi sarei preoccupato parecchio. L’esibizione di “Sweet Dreams”, famigerata cover degli Eurithmics di Annie Lennox è acustica, solo voce e chitarra, ed è solo un assaggio formale e simbolico del suo mondo musicale. Tanto a quanto pare questa sera non serve. Nel complesso il botta e risposta tra Bonolis e Manson sa di patinato, programmato, e puzza di già sentito. Innocuo.

A conti fatti, la promessa di una riflessione sulla musica e intrattenimento per chi la ama è risultato un ennesimo buco nell’acqua. Tutto già visto, tutto indolore e incolore. Un programma di gente che non ha idea di dove sia la musica adesso, e fare un paio di domande sui tatuaggi di Marilyn Manson non ci aiuta in questo senso. Come non ci aiuta Luca Laurenti con il suo stupro funky di Beethoven, Despacito o un tenore che maltratta i Queen.

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