Perché non parteciperò al funerale degli Afterhours

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Non andrò a vedere il mio personale trentacinquesimo (se la memoria non mi inganna) concerto degli Afterhours, questa sera al Forum di Milano. Non pratico la piaggeria né me ne verrebbe in tasca nulla a fare il bastian contrario che fa figo, più semplicemente ho una certa esperienza di live data dall’età e posso già immaginarmi quello che sarà, e che non mi piacerà. E poi stasera sono alla prima data dei Negrita a Bologna (a proposito di rinascite).

Gli Afterhours come band oggi sono morti. Rinasceranno, entreranno nel mito, si reincarneranno? Poco conta. Stasera si celebra il funerale e salvo rari casi non amo presenziare a queste celebrazioni. E l’indomani sarà carriera solista, già lo scrissi a maggio 2017, senza pretese di preveggenza. A questo Agnelli vuole arrivare e a questo arriverà. Liberissimo di farlo.

Il Deus Ex Machina della band milanese ha fatto tutto quello che andava fatto, agevolando le uscite degli storici compagni d’avventura, reintegrandone uno come special guest, spostando sempre di più la lancetta del contagiri della band dal parlare a una generazione a quella di una band che racconta gli umori e le esperienze del proprio leader. Il tutto condito dalla discesa nell’arena del mainstream televisivo.
Quello che Agnelli non è riuscito a fare è stato darci un erede, ma non è possibile fargliene una colpa. In italia non ci sono da anni band disturbanti come lo furono gli Afterhours (il Teatro degli Orrori potevano farcela, ma si sono schiantati) e probabilmente per molti altri anni non ce ne saranno, e se per pochi mesi la sua avventura ad XFactor ha alimentato la speranza che potesse riuscire anche in quest’impresa, il suo endorsement ai Måneskin ha messo la parola fine alla speranza.

Gli Afterhours salutano le scene dopo ventitré anni di carriera, poco più (la questione del trentennale mi pare alquanto forzata anche se legittima) da quel “Germi” targato 1995, e dopo che da dieci anni a questa parte hanno chiuso il loro più brillante periodo di carriera artistica con due album decisamente sottotono come “Padania” e “Folfiri o Folfox“.

Tre è il numero perfetto e le trilogie mai dichiarate hanno scandito la carriera della miglior band indie-rock italiana del nostro Paese: dove con “Germi”, “Hai paura del buio” e “Non è per sempre” hanno rappresentato il momento più viscerale e sincero, mentre con “Quello che non c’è”, “Ballate per piccole iene” e i “Milanesi ammazzano il sabato” il momento più internazionale, completo e artisticamente rilevante.

Questa sera sarà un bel momento per chi ancora ci crede, per chi è arrivato tardi agli Afterhours e per questo è ancora pieno di energia ed entusiasmo e riconoscimento. Sarà anche un bel momento in senso assoluto dato che Agnelli e i suoi musicisti sono professionisti veri, di comprovata solidità. Nulla sarà lasciato al caso, e le riprese confezioneranno un bel ricordo da mettere in bacheca, a prendere polvere.

Gli Afterhours un sold out nei palazzetti da più di diecimila spettatori se lo sarebbero già potuto permettere, intendiamoci. Non lo fecero o non glielo fecero fare ai tempi di Ballate, lo faranno oggi come commiato. Quel che verrà dopo, sarà marginale. Ma mai rovinerei il ricordo e il rispetto che nutro e ho avuto verso una band (quando lo era) che ha cresciuto un paio di generazioni a ideali di qualità e attitudine nel fare musica internazionale, in italiano con uno show che francamente non sarà all’altezza di quello che gli Afterhours hanno già dimostrato in passato davanti a 100 paganti nella bassa padana o alle sagre della provincia di Siena, piuttosto che al Leoncavallo o alle date dei club in America. La differenza tra ieri e oggi è nella verità che ricordavo.

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