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Paola Zukar, un’analisi sullo stato del rap italiano

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È uscito a fine febbraio il primo libro di Paola Zukar intitolato “Rap – Una storia italiana” edito da Baldini&Castoldi. Paola Zukar è una vera e propria icona del rap italiano. Un’icona diversa, abituata a lavorare dietro le quinte e a mostrarsi poco, simile per certi versi a Papa Belardo, raffigurato magistralmente da Paolo Sorrentino nella serie tv The Young Pope.
Lei non rappa, ma il suo intuito e le sue decisioni sono forti come delle punchline. La sua agenzia di produzione, la Big Picture Management, ha al suo interno rapper del calibro di Fabri Fibra, Marracash e Clementino, artisti che nel decennio 2006-2016 hanno contribuito allo sbarco del rap italiano nel mainstream.

Il libro racconta l’esperienza personale di Paola, dagli albori con la rivista Aelle, passando per il lavoro con l’etichetta Universal, fino a oggi. Una vita dettata da una grande passione: il rap. Un amore che si è dovuto scontrare con l’Italia, un paese dettato da ideali bigotti e stagionati che da anni ne bloccano la crescita. “L’Italia è un paese che ha accettato il rap suo malgrado”, scrive. Ed è vero. Perché è inutile nasconderlo, il rap in Italia ha sempre fatto fatica. Il genere non è mai stato preso più di tanto sul serio tanto che i rapper nostrani venivano sempre raffigurati come una copia sbiadita di quelli americani, e ancora oggi, arrivati alla terza generazione di rapper italiani, lo snobismo è evidente. I discografici del tempo non capivano la forza, ma soprattutto il linguaggio del rap tanto che soltanto con l’arrivo di Pascal Nègre alla guida di Universal furono investite delle cifre serie sul rap italiano. In Italia il primo a investire sul rap è stato un francese. Una vera storia all’italiana.

“Tradimento”, il disco di Fabri Fibra uscito nel 2006 per Universal, ha cambiato le regole del gioco e ha permesso a un genere da anni chiuso in cantina di ritrovare la luce. Marracash e i Club Dogo, anche grazie al primo posto in classifica e al doppio platino raggiunto dal collega di Senigallia, hanno poi firmato con la stessa Universal. Per gli italiani però Fibra, Caparezza, Marracash, i Dogo e J-Ax erano la stessa cosa. C’era ancora molta confusione mista a diffidenza e i giornalisti inoltre facevano a gara per decretare la morte di un genere di moda, che secondo loro sarebbe passato di li a poco e quindi non approfondivano più di tanto l’argomento.

È soltanto con l’arrivo del web e di YouTube che il rap è esploso, sottolinea Paola Zukar. Le radio e la televisione, fino a quel momento, hanno fatto finta di non sentire e vedere quello accadeva intorno a loro, mentre i giovani si nutrivano già da tempo di rime grazie ai video delle canzoni pubblicate su Youtube.
Ed è grazie a milioni e milioni di visualizzazioni che in quel momento la concezione di rap è un po’ cambiata. Rap iniziava a significare guadagno, si era aperto un mercato nuovo e appetibile per tutti. Dal 2010 in avanti è partita una vera e propria caccia al rapper.

Ogni programma televisivo doveva per forza avere un rapper. Le pubblicità avevano come nota di colore il rap e persino ad Amici, il talent di Maria De Filippi, venivano aperte le porte al rap con Moreno.
Oggi, tutti vogliono produrre un nuovo Emis Killa o Fedez nonostante siano loro stessi appena nati. Questo di solito corrisponde con l’inizio della fine della grande esposizione del rap, perché si continuerà ad annacquare il genere. E se nessuno prende posizione tra ciò che è fatto bene e ciò che è fatto male si avrà la sensazione che sia tutto uguale”.
Analisi lucida quella di Paola. Perché il rap italiano, rinato grazie al vero, forte e decisivo Big Bang del 2006 con Fabri Fibra, ha perso inevitabilmente di personalità con il passare del tempo. Si è adattato al paese pur di dimostrare di non essere un genere da serie b e inconsciamente lo è, per certi versi, diventato.

Il rap per passare in radio si è mischiato con il pop e anche per colpa di discografici poco illuminati sono comparsi rapper come funghi. Tutti uguali, tatuati, con il cappellino e con gli stessi argomenti e ritornello “pacco alla Gemelli Diversi” per citare Marracash e Guè Pequeno.

Nel 2015 si è ripartiti nuovamente, con l’intento di riportare il rap in strada dove è nato. “Squallor” di Fibra, “Status” di Marracash e “Vero” di Guè Pequeno sono l’esempio lampante di come sia possibile in Italia realizzare dischi rap di livello e altamente riconoscibili pur non abbassandosi alle regole non scritte, ma evidenti, del mercato musicale italiano. Oggi, per fortuna, non c’è più la confusione di un tempo e anche grazie all’avvento dei social media sappiamo riconoscere al meglio un rapper dall’altro.
I tempi inoltre sono maturi, il rap italiano è arrivato a un punto di svolta e nonostante i pochi passaggi radio è tornato ad avere una degna esposizione, e fino a quando ci saranno personaggi come Paola Zukar il rap italiano sarà sempre in buone mani.

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